Fonte:
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2004/06/21/primopiano/012aziende.html
Il know how italiano ridotto alla sola Ansaldo

un settore decimato


Venticinque anni fa quasi tutti i grandi gruppi industriali italiani si
erano preparati all'avventura nucleare, investendo migliaia di miliardi di
lire in impianti per la componentistica delle centrali atomiche: dalle
caldaie, agli scambiatori di calore, alle pompe, alle valvole alle
tubazioni della lunghezza di chilometri che fanno corona al nucleo dove
avviene la reazione.
Era una torta enorme, all'epoca si parlava di 20.000 miliardi per creare
impianti in grado di fornire 20.000 megawatt di potenza. Ebbene, di questi
investimenti (si Ŕ realizzata Caorso, sono rimasti in sospeso i lavori di
Trino Vercellese e Montalto di Castro), Ŕ rimasto poco o nulla e intere
imprese sono svanite nel nulla, determinando l'uscita dell'Italia dal
settore della termomeccanica pesante, pi¨ o meno quanto Ŕ avvenuto dello
stesso periodo per gli impianti di telefonia e l'informatica.
Nomi storici come Franco Tosi, Ercole Marelli, Breda Siderurgica,
Tecnomasio sono usciti di scena oppure assorbiti da altri gruppi. Sono
sparite le grandi societÓ che si proponevano di assemblare le centrali,
come la Belleli di Mantova e la Fochi di Bologna.
L'Eni, che a Spinetta Marengo aveva creato la Fabbricazioni Nucleari per
fornire la cariche alle centrali in costruzione, ha ceduto il tutto
all'Ansaldo a prezzo d'affezione. Oggi sulla scena restano soltanto due
gruppi, la stessa Ansaldo e il Nuovo Pignone (ex Eni, ora General Electric)
che costruiscono turbine a gas e convenzionali sia in proprio che su
licenza. In pratica, l'Italia possiede la tecnologia per costruire nuove
centrali, ma le mancano le capacitÓ manifatturiere.
(g.mo)

--
  Lista di discussione dei comitati nazionali contro le Centrali Turbogas