Il traffico illecito di rifiuti pericolosi e radioattivi via mare: l'affondamento sospetto delle "navi dei veleni"
Tutto comincia negli anni '90 mediante un esposto del dott. Enrico Fontana (all'epoca un responsabile dei Centri di Azione Giuridica di Legambiente) presso la Procura di Reggio Calabria indicante i sospetti del traffico di rifiuti tossici tra le regioni del nord e la Calabria. Iniziavano le indagini che venivano affidate al dott. Francesco Neri, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica della Pretura di Reggio Calabria.
La grande preparazione del dott. Neri, le informazioni fornite dalla Legambiente e la presenza di alcune famiglie calabresi consentivano di tracciare velocemente i primi collegamenti tra le varie regioni e gli intrecci relativi al traffico dei rifiuti.
Dopo mesi di indagini veniva fuori un quadro inquietante, tanto che i giornali nazionali, per diverse settimane, parlavano di coste a rischio e contaminate.
L'inchiesta subiva un brusco arresto, in quanto il Ministero non dava alla Procura di Reggio Calabria l'autorizzazione ad eseguire una perizia tecnica sulle navi, che risultavano affondate dinanzi a Capo Spartivento, in una frattura del terreno, ove la profonditÓ marina era rilevantissima.

Da voci di corridoio sembrerebbe che l'indagine avesse raggiunto livelli molto alti e che il traffico si riferisse a scorie nucleari, oltre che ai rifiuti tossici. In sostanza, sembrerebbe, che dei calabresi emigrati in Liguria abbiano cominciato, circa venti anni fa, ad interessarsi di rifiuti e che nello spazio di pochi anni abbiano costruito una fortuna ingente. Quando, nella terra ligure i problemi sono diventati tanti, per le indagini assunte dalla magistratura del luogo, i suddetti personaggi trasferivano i loro interessi nelle altre regioni del nord Italia, continuando dapprima il traffico con i rifiuti tossici e poi, successivamente, interessandosi di quelli nucleari. In tale traffico venivano individuati anche possibili responsabilitÓ di alcuni governi europei che affidavano le scorie radioattive ad una societÓ, che si impegnava alla loro eliminazione tramite l'inserimento di queste in tubi di acciaio, che poi dovevano essere conficcati - secondo i contratti - a grandi profonditÓ nel terreno.
Sembrerebbe, invece, che tali scorie venivano consegnate a dei clan mafiosi che provvedevano a caricarle su delle vecchie navi, con l'indicazione di trasporto di polvere di marmo, e, dopo una sosta a Livorno, venivano affondate nel Mediterraneo. L'inchiesta, in considerazione dei personaggi e delle questioni trattate, venne poi trasmessa per competenza alla Procura Distrettuale Antimafia. [1]

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