L'imbroglio nucleare continua: dai rifiuti nazionali alle centrali all'estero

Come avevamo denunciato e documentato la storia del deposito nazionale per i rifiuti nucleari (apparentemente sgonfiatasi) era strettamente legata alla ripresa degli investimenti nucleari italiani all'estero attraverso Enel e Sogin.

Enel, che è sempre in corsa per partecipare con Edf e Siemens al nuovo progetto di reattore europeo EPR, sta comprando il 66% della società slovacca Slovenske Elektrarne (SE) per 840 milioni di euro: si tratta di circa 7000 Mw divisi in centrali idriche, termiche e 3500 Mw di nucleari, in pratica l'85% dell'intera rete slovacca.

La prima considerazione da fare è che l'offerta economica è decisamente sbagliata (il 22% in più di quella della CEZ ceca e il 53% in più di quella di Inter RAO russa) tenuto conto della vecchiezza degli impianti e, soprattutto, dei problemi legati alle otto centrali nucleari di Bohunice e Mochovice tutte di tecnologia russa ad acqua in pressione (WWER). Delle quattro unità di Bohunice, le prime due devono essere chiuse nel 2006 e nel 2008 (secondo decisioni UE ed IAEA approvate dallo stesso governo slovacco) perché inadeguate dal punto di vista della sicurezza. Le altre due unità di Bohunice possono funzionare solo fino al 2024, mentre due delle unità di Mochovice sono ancora in fase di costruzione (tra il 40-50%). L'azzardo fatto da Scaroni, supportato da una "due diligence" (valutazione tecnico economica) eseguita dalla Sogin, è quello di prolungare di almeno dieci anni il funzionamento di tutte e quattro le unità di Bohunice affidando a Sogin gli aspetti tecnico-procedurali della questione verso le autorità di sicurezza e confidando nell'appoggio politico dei neo parlamentari italiani eletti a Bruxelles: che farà la "sinistra europea" di fronte a questo pressing? Difenderà la sicurezza delle popolazioni, o sosterrà gli interessi nazionali del padrone Enel? E che fine faranno le scorie radioattive di questi reattori dato che la Slovacchia non dispone di un sito di stoccaggio adatto?

Sogin ha comprato da ENI la quota Nucleco divenendo così il monopolista di tutte le licenze riguardanti decontaminazione e trattamento di edifici, depositi e materiali radioattivi. Contemporaneamente Sogin ha visto ampliare i suoi poteri dalla riforma del settore elettrico (Marzano) negli ambiti più generali del trattamento dei rifiuti urbani, industriali e nella tutela dell'ambiente. La Sogin si è già proposta come consulente della Commissione Rifiuti Regione Campania e per il Min. Ambiente per il monitoraggio di circa 60 siti industriali tra cui Priolo e Marghera. La fetta più grossa però resta il nucleare dove Sogin già gestisce i siti di stoccaggio nazionali oltre alle commesse di un contratto bilaterale italo-russo per lo smantellamento dei sottomarini nucleari e, se andrà in porto l'acquisizione Enel, la gestione del completamento di Mochovice e il probabile smantellamento di Bohunice.

La neo-partecipazione dell'Italia al nucleare è dunque un dato di fatto, (avallato dall'art.42 della legge Marzano), e sarebbe ora di smetterla con i piagnistei della sinistra ecologista ed ambientalista sulla vanificazione del referendum antinucleare dell'87, perché da allora in poi anche da questi ambienti è venuta crescendo l'idea che si potesse dar vita ad una stagione di collaborazione tra le ragioni del profitto e quelle dell'ambiente sulla base del cosiddetto sviluppo sostenibile che, specificatamente nel settore energetico, ha comportato lo smantellamento delle società pubbliche ENI, Enel, Municipalizzate e, per quanto attiene al nucleare, anche delle competenze dell'Enea. Per circa vent'anni lo sport nazionale è stato il tiro incrociato al settore pubblico: qualsiasi privato era comunque più bello del monopolio pubblico (elettrico, telefonico, ferroviario, idrocarburi) e oggi che i fallimenti di questa liberalizzazione sono palesi si insiste nell'attribuirli alla posizione dominante che Enel, Telecom o ENI hanno nel mercato. Eppure se c'è qualcuno che promuove lo "sviluppo sostenibile" con tanto di riconoscimenti formali delle associazioni ambientaliste, sono proprio questi dominatori!

La situazione internazionale e dell'Europa in particolare, (come illustrammo lo scorso anno a Montecatini nel Controvertice sulle scelte energetiche della UE), non consente margini: nei prossimi venti anni i consumi di energia aumenteranno del 30%, importazioni di petrolio pari al 90% del consumo e 65% per il gas, il trasporto merci sarà per il 90% stradale, mentre già ora circolano 175 milioni di automobili con più di 40.000 morti l'anno per incidenti. La conclusione è che i limiti del protocollo di Kioto non saranno rispettati e se, come sostiene il guru dell'ambientalismo Lovelock, il mondo può essere salvato dall'effetto serra solo se accettiamo il nucleare, non resta che costruire centrali atomiche per mantenere la sostenibilità dello sviluppo: in fondo non è ciò che sta facendo l'Enel in Slovacchia ?

La contraddizione tra l'inconciliabilità di queste politiche con qualsiasi ipotesi di "mondo altro" ci sembra ormai evidente e la pretesa sostenibilità dello sviluppo, se non opportunamente rivista, non potrà che portarci alla supina accettazione di ogni disastro sociale e ambientale causato dal capitalismo, compreso quello estremo di vederci combattere, tutti contro tutti, per l'ultima goccia di petrolio o di acqua.

Ripensare i termini della questione energetica in modo non disgiunto dai conflitti sociali significa innanzitutto riaffermare il principio di pubblica utilità di beni e servizi come l'acqua e l'elettricità, sottraendoli alle logiche di mercato e del profitto avviate dai processi di privatizzazione: ed è proprio da questi aspetti che vogliamo ripartire.

Perciò, mentre invitiamo i deputati italiani al Parlamento Europeo a porre attenzione agli "imbrogli nucleari" insiti nella privatizzazione della SE non concedendo deroghe allo smantellamento delle centrali nucleari slovacche di Bohunice 1 e 2, sollecitiamo le forze politiche di opposizione e i movimenti tutti a ridiscutere l'attuale assetto del mercato elettrico europeo secondo criteri di pubblico interesse incentrati sulla creazione di un Ente elettrico europeo pubblico che gestisca le attività di generazione e trasmissione con i minimi costi di esercizio e con l'obbligo di reinvestire gli utili nell'impiego di energie rinnovabili.

Cobas Energia-Cobas del Lavoro Privato
Aderente alla Confederazione Cobas - Viale Manzoni 55, Roma

(08.10.04)

Ulteriore svendita del patrimonio pubblico: Enel 3, la disfatta.

Con l'attuale vendita delle azioni Enel, la terza in cinque anni, il governo conta di incassare 6-7 miliardi di euro, che sommati ai 16,5 del 1999 e ai 5,3 del 2003, portano ad un totale di circa 28 miliardi di euro ottenuti dalla sola privatizzazione dell'ex ente pubblico. Dove è finito questo fiume di denaro? Nelle casse del Tesoro e da qui, attraverso le leggi finanziarie, a ripianare il deficit pubblico che in larga parte è dovuto all'evasione fiscale, cioè a profitti non tassati o a tasse non incassate. Così a cominciare dal centro-sinistra che avviò la privatizzazione delle industrie di stato, l'attuale governo vende un altro 20% della proprietà Enel portando la quota residua del Tesoro al 30% analogamente a quanto fatto per Eni e Telecom.

A quando la definitiva scalata di queste società da parte del capitale multinazionale? Non è una novità l'interesse della BP (British Petroleum) per l'Eni, così come ulteriori concentrazioni sono da aspettarsi nel settore telefonico ed, in particolare, elettrico vista la totale liberalizzazione del commercio di energia prevista per il 2007.

Questa eventualità, per quanto riguarda l'Enel, è più grave di quanto si pensi. Le azioni Enel infatti furono messe in vendita nel '99 a 8,6 euro registrando subito una perdita costante che non si è mai recuperata, tanto che oggi il titolo vale 6,5 euro (-20%) e l'attuale terza tranche, nonostante tutte le promesse di bonus per chi lo conserva, non farà che abbassarlo ulteriormente facilitando possibili scalate.

Quanto alle conseguenze economiche e sociali della privatizzazione sono sotto gli occhi di tutti: aumento costante delle tariffe (le più care d'Europa), scadimento del servizio elettrico (120 minuti di interruzione annua media per utente, ma al sud sono molti di più!), abbattimento dei vincoli ambientali nella costruzione di centrali elettriche, proliferazione di società improvvisate di generazione e commercio di energia che aggravano il bilancio generale della bolletta per l'utente domestico, sovracapacità di generazione rispetto al fabbisogno di energia grazie alla legge Marzano (sbloccacentrali), privatizzazione della rete di trasmissione nazionale (Terna) che oltre a non migliorare i rischi da black out farà ulteriormente aumentare i costi finali dell'energia.

Non contenti di aver avviato questo disastro i partiti di opposizione (col silenzio-assenso dell'attuale vertice di Rifondazione Comunista) imputano alla posizione dominante dell'Enel disservizi e caro tariffe, concludendo che diviene necessario far vendere all'Enel altre centrali elettriche per aumentare la concorrenza. Per tutta risposta Cgil-Cisl-Uil si dicono contrari solo alla privatizzazione di Terna, lasciando via libera ad ulteriori liberalizzazioni di cui anzi si fanno indirettamente carico assumendo per buono che tra i fattori del caro tariffe ci sia una scarsa diversificazione dei combustibili che li porta -oggi- a richiedere l'impiego generalizzato del carbone e domani, chissà, anche del nucleare.

Con l'idea (dominante anche a sinistra) che non c'è alternativa al mercato, che la merce è principio e fine di tutte le cose, si sono messi a valore beni e servizi di assoluta necessità per il controllo dei quali, 40-50 anni fa, si erano impegnate le classi lavoratrici di tutta europa: con la fine delle nazionalizzazioni non è terminata solo l'era delle industrie di stato, ma é finita anche l'idea stessa di bene primario, di servizio di pubblica utilità perché si è fatto credere che "monopolio" è brutto mentre "libero e privato" è bello. Ma contrariamente ai sindacalisti, ai politici e ai massmediologi prezzolati, i capitalisti sanno che i monopoli naturali esistono e tra questi i principali sono proprio quelli che oggi sono chiamati servizi a rete: gas, telefoni, acqua, elettricità. Tempo una diecina d'anni in Europa ci sarà un processo di concentrazione tale per cui un ristretto oligopolio controllerà tutti questi settori condizionando la vita politica del continente al pari di quanto fecero le società dell'acqua in Francia, l'industria elettro-carbonifera in Inghilterra, o quelle idroelettriche in Italia che andarono al potere col fascismo e vi rimasero fino a quando lo stato repubblicano non le indennizzò con capitali dieci volte superiori al valore degli impianti nazionalizzati.

Per contrastare questa situazione, aggravata dal contesto normativo che si decide a Bruxelles, non ci sono scorciatoie, ma solo una costante opera di informazione, propaganda e mobilitazione per strappare alla speculazione e al profitto beni essenziali alla vita di tutti i giorni.

Un motivo in più per dire no all'Europa dei padroni e alla sua Costituzione antiproletaria.

Miliucci
Cobas Energia -Cobas del lavoro privato
Viale Manzoni, 55 Roma
(22.10.04)