"Oh, Signore, comperami una Mercedes Benz!" (Canzone di Janice Joplin)
Ho letto un bell'articolo di Beppe Sebaste sull'Unita' "La guerra all'intelligenza".
"La guerra all'intelligenza e' una politica ispirata dal misconoscimento, l'accecamento, il risentimento verso tutto cio' che e' giudicato improduttivo o addirittura nocivo dal mercato liberale (io direi neoliberista): la ricerca, l'educazione, l'arte, la poesia, la letteratura, la filosofia (ma aggiungiamoci il volontariato, la solidarieta', il non profit, i beni comuni, il pensiero umano, la creativita', l'immaginazione).

Dire che si tratta di un economicismo miope e' poco perche' quelli che soffrono sono tutti i cittadini, la societa' civile, lo stato e l'economia stessa. Lo ha detto un filosofo francese Jacques Derrida, che lancia in Francia un grande appello per l'intelligenza, e riscuote subito 70.000 firme, praticamente il meglio della Francia, registi, filosofi, docenti universitari, musicisti... La protesta si estende come una marea e scattano manifestazioni e scioperi in ogni settore contro le leggi di Raffarin, che umiliano le professioni non valutabili in denaro: laboratori scientifici, centri di ricerca, siti archeologici, scuole, ospedali psichiatrici, biblioteche, teatri..."Tutti i settori del sapere, della ricerca, del legame sociale, produttivi di conoscenza e di dibattito pubblico, sono oggi oggetto di attacchi massicci, rivelatori di un nuovo anti-intellettualismo di stato. Assistiamo a una politica di impoverimento e di precarizzazione di tutti gli spazi considerati improduttivi a breve termine, inutili o dissidenti, di tutto il lavoro invisibile dell'intelligenza, di tutti quei luoghi in cui la societa' si pensa, si sogna, si inventa, si cura, si giudica, si ripara. Una politica di semplificazione dei dibattiti pubblici, di riduzione della complessita'."

E Catherine Breillat: "Sento come la parola 'intellettuale' sia considerata un insulto". (In realta' la parola intellettuale ci e' diventata stretta. Chiamereste intellettuale un Gino Strada, un Agnoletto, un don Ciotti, un padre Zanotelli? No, eppure sono loro i battistrada del nuovo pensiero. E ormai i nuovi operatori sociali, anche i piu' piccoli, non fanno solo opere materiali ma portano avanti ideali, sono propagatori di un nuovo modo di pensare ma soprattutto di essere. La cultura oggi non sta piu' negli studi degli intellettuali, o nelle sedi di partito, e' fatta di idee in movimento, e' vita. Le marce della pace o i gruppi di acquisto solidale o le imprese etiche sono eventi storici, sono un nuovo modo non di pensare ma di praticare cultura, cosi' che il termine solo diventa astratto e insignificante).

E se la Francia non ride, lItalia proprio piange, per il silenzio o il consenso di troppi. Non vogliamo parlare della degradazione volgare della RAI e di Mediaset, ne' della scomparsa di visibilita' del grande teatro e della grande musica, non vogliamo parlare della censura ai cervelli migliori e della bieca presa di controllo dei media, della pubblicita' incalzante o della politica ridotta a slogan, e nemmeno della degradazione criminale dello sport che e' cultura anch'esso, non vogliamo parlare di Vacanze sul Nilo, del Grande Fratello, dell'Isola dei Famosi, del salotto di Vespa e della volgarita' che fa da padrona, a cominciare dai proclami dei politici e dai loro comportamenti, dall'imperversare di nani e ballerine, anzi di cocainomani e mafiosi, o dello spazio enorme dato a personaggi come la Fallaci, Ferrara, Vespa, Zefirelli, Renis... e non parliamo nemmeno dei convegni pseudo culturali promossi da Dell'Utri o dai revanchismi della destra piu' nera che arriva a chiedere la grazia per Priebke, o del revisionismo di destra, ma anche di sinistra, sulla storia e sui valori fondanti della repubblica, non vogliamo parlare del modo veramente umiliante con cui il ministro Urbani svende o svilisce il patrimonio culturale e artistico, il cinema, il teatro, i musei, le opere d'arte, il territorio... ne' del modo insolente e autoritario con cui la ministra Moratti demolisce dolosamente la scuola italiana, l'universita' e la ricerca scientifica, o il ministro Sirchia stia mandando all'ammasso la sanita' o dei progetti coscienti di morte del territorio del ministro Lunardi....ma a questo punto non riusciamo a parlare piu' di niente.

900 gruppi musicali vanno al controfestival di Mantova e non una tv visibile che ne dia voce. Cala la vendita di giornali e libri. La censura blocca tutti i cervelli pensanti. Cede l'afflusso del pubblico ai cinema che cominciano a chiudere, ma film buoni italiani non se ne vedono da un pezzo nemmeno a Natale e la tv di stato ha smesso di investire in produzione autonoma e ha smesso di inventare nuovi format. La testa e il cuore del paese si spostano nei luoghi dei movimenti, dei comitati, delle associazioni ma i grandi media li snobbano quando non li demonizzano.

"Finanziarizzazione dell'economia, economizzazione della politica, controllo quasi totale dei media da parte di una oligarchia di pubblicitari, la berlusconizzazione della societa' e della cultura va avanti da anni, minaccia la democrazia nelle sue forme istituzionali". Impera lo stile dall'arraffare, del trasgredire, dello sprecare, della grevita' volgare, della mercificazione e materializzazione... con grave impoverimento della repubblica.

Un tempo qualcuno disse che per fare politica "bastava amare la bellezza e la poesia, usare linguaggi non degradati, non asservirsi alla demagogia o al potere finanziario..." Oggi questo e' diventato dolorosamente insufficiente. E condividere un nemico non basta se non si propone un proprio progetto culturale e ideale, perche' e' dal livello culturale e ideale di un paese che si determina il suo destino. O la cultura si pone nel luogo dei valori praticati o non la vogliamo.

Gli intellettuali francesi lo dicono chiaro che hanno paura di diventare come noi. "Un semplice sguardo ai nostri vicini, all'Inghilterra post-tatcheriana o all'Italia berlusconiana fa vedere cosa accade agli ospedali, alle scuole, alle universita', ai teatri, alle case editrici... il costo umano e' esorbitante." Il costo d'anima e' esorbitante.

E' veramente dificile capire come la Moratti riesca a reggere la faccia impietrita con cui continua a difendere la sua pessima riforma, davanti a un'Italia furibonda che un giorno si' e un giorno si' scende in piazza a contestarla, nel piu' ampio discredito che mai popolo abbia manifestato a un ministro dell'istruzione, degna rappresentante di un governo di incolti che ci vogliono buttare nella barbarie. Roma muore e ride mentre i barbari sono accampati in senato.

Lo scienziato Carlo Bernardini parla di 'distruzione di massa della cultura italiana', le logiche aziendali ci stanno portando alla fine della memoria, della lingua, della critica e della conoscenza, "in un mondo dove restano solo soldi, bugie e desolazione".

Non possiamo lasciar morire una civilta' della cura, della sapienza, della saggezza e anche della manutenzione.
In Francia l'appello degli intellettuali colpisce Raffarin e Chirac, segno di qualche speranza. In Italia un appello simile (ma dove sono mai gli intellettuali? la cultura ormai la fanno i comici) sortirebbe scomuniche o rappresaglie. La palude dell'ipocrito riformismo di destra e di sinistra sta inghiottendo tutto. Qui invece di avere quotidiani nazionali che escono in prima pagina sulla crisi deivalori, abbiamo il Corriere della sera che si scaglia contro l'umanesimo degli intellettuali (Salvati). Ma certo: uccidiamo l'uomo e salviamo le merci! Come se umanesimo non volesse dire crescita civile, evoluzione dell'anima.

Non sopportiamo piu' i paradossi neoliberisti: la pace mantenuta con la guerra, la democrazia esportata con le armi, la liberalizzazione del commercio per le sole multinazionali...la competivita' e la competizione predicate come dogmi mentre si avvilisce la scuola, si deprime la ricerca, si distruggono i cervelli...

Mentre si predica una economia basata sulla conoscenza, si castra proprio la conoscenza, e l'aumento della poverta' allontana le risorse. Le imprese italiane sono prive di competivita', di innovazione e slancio, la crisi della produzione e' crisi di cultura. Dice Sebaste "Nessun ceto come gli imprenditori ha testimoniato in questi anni un cosi' urgente bisogno di aggiornamento ed educazione". Certo, lo spettacolo dell'ignoranza crassa di certi ministri, il vuoto culturale di certi imprenditori (vedi il nord-est), le carenze ideologiche di Confindustria, l'imbarbarimento degli Istituti di Credito e delle grandi Societa' in mano a speculatori messi su dalla politica.. e' stato un crescendo umiliante. Un imprenditore diceva: "Anche chi ripara ascensori dovrebbe sapere il latino". Il latino non saprei, ma certo una cultura civica, si'.

"Mi sono perso in un supermercato", diceva Joe Strummer, come lo spot dell'uomo che in un supermercato ci viveva perche' ne aveva fatto la sua casa, il sogno del Grande Venditore! Fagocitare l'uomo nella merce.

Vietano le canne e le equiparano all'eroina, ma ci fanno credere che il mondo e' un supermercato allucinogeno e basano i messaggi politici su tecniche di suggestione di marketing. Compera, compera, uomo, compera! Ogni volta che comperi ti svendi. Quando i soldi finiranno, forse ti sveglierai.

Ma proprio i poeti ci hanno insegnato a riconoscere il senso e la mancanza di senso, il significato della vita e l'amore, la liberta' e la passione, l'alienazione e la via di fuga.

"Se non troviamo la liberta'- dice Sebaste-almeno usciamo dal supermercato!"
Viviana
vivianavivarelli@aliceposta.it