A fine agosto arriva nei nostri cinema FAHRENHEIT 9/11, il documentario di Moore premiato a Cannes con la palma d'oro
Desideri ostinati nell'era del disincanto
Michael Moore Come una singola voce può bucare la cospirazione del silenzio
JOHN BERGER*
Fahrenheit 9/11 è straordinario. Non tanto come film - benché sia un film abile e toccante - quanto come evento. I commentatori cercano in genere di liquidare l'evento e di denigrare il film. Vedremo più avanti perché. Il film di Michael Moore ha commosso profondamente gli artisti della giuria del Festival di Cannes, che si dice abbiano deciso all'unanimità di premiarlo con la Palma d'oro. Da allora ha commosso vari milioni di persone. Durante le prime sei settimane di distribuzione negli Stati uniti ha incassato oltre cento milioni di dollari, vale a dire - ed è stupefacente - circa la metà di quanto ha totalizzato Harry Potter e la pietra filosofale in un analogo periodo di tempo.

Un film come Fahrenheit 9/11 non lo si era mai visto. A quanto pare solo i cosiddetti opinionisti della stampa e dei media ne sono stati disturbati. Il film, considerato come atto politico, può essere un punto di riferimento storico. Tuttavia, per rendersene conto, bisogna avere una qualche prospettiva sul futuro. Vivere mettendo in primo piano solo le notizie dell'ultima ora, come capita a molti opinionisti, limita le prospettive: riduce tutto a una seccatura e niente di più. Il film invece crede di poter dare un sia pur piccolissimo contributo al cambiamento della storia mondiale. È un'opera carica di speranza.

Ciò che lo rende un evento è il fatto che interviene in modo efficace e indipendente nel vivo della politica mondiale. Oggi è raro che un artista (e Moore è un artista) riesca in un intervento del genere e sappia essere d'ostacolo ai politici e alle loro dichiarazioni preconfezionate e capziose. L'obiettivo immediato di Moore è rendere più improbabile la rielezione del presidente Bush il prossimo novembre. Il suo film è, dall'inizio alla fine, un invito alla discussione politica e sociale.

Liquidarlo come propaganda è ingenuo o perverso, significa cancellare (deliberatamente?) ciò che il secolo passato ci ha insegnato. La propaganda richiede una salda rete di comunicazione capace di soffocare meticolosamente ogni riflessione attraverso slogan emotivi o utopici. In genere ha un ritmo veloce ed è sempre al servizio degli interessi di lungo periodo di qualche élite. Questo film eretico e anticonformista adotta spesso una lentezza riflessiva e non ha paura del silenzio. Invita a pensare con la propria testa e a fare collegamenti ragionati. Si identifica con chi abitualmente non riesce a farsi ascoltare e ne perora la causa. Sostenere con forza le proprie ragioni non è come saturare per via di propaganda. Fox TV satura, Michael Moore sostiene con convinzione i propri argomenti.

Fin dalle tragedie greche, di quando in quando, gli artisti si sono chiesti come fare ad influenzare gli eventi politici in corso. Si tratta di un interrogativo complesso, poiché sono in gioco due tipi di potere molto diversi. Numerose teorie estetiche ed etiche ruotano attorno a questo interrogativo. Per chi vive in regime di tirannia politica l'arte è stata spesso una forma di non dichiarata resistenza, e di solito i tiranni cercano di tenerla sotto controllo. Ciò vale, tuttavia, in termini generali e in senso lato. Fahrenheit 9/11 è qualcosa di diverso. È riuscito ad intervenire in un programma politico giocando sul suo stesso terreno.

Perché ciò fosse possibile era necessario che vari fattori convergessero. Il riconoscimento di Cannes e il mal calcolato tentativo di impedire la distribuzione del film hanno avuto un ruolo significativo nella creazione dell'evento. Farlo notare non implica in alcun modo che il film in quanto tale non meriti l'attenzione che sta ottenendo. Serve solo a ricordarci che far breccia (sfondare il quotidiano muro di bugie e mezze verità) nel regno dei mass-media è indubbiamente raro. Ed è questa rarità che ha reso esemplare il film. Oggi la pellicola di Moore è di esempio a milioni di persone, come se lo attendessero da tempo.

Il film afferma che durante il primo anno del nuovo millennio una banda di criminali - più il loro uomo di facciata Cristiano Rinato - si è impadronita della Casa Bianca e del Pentagono, affinché, d'ora in poi, il potere statunitense serva innanzitutto gli interessi globali delle Corporazioni. Una sceneggiatura cruda, più prossima alla verità di tanti editoriali pieni di sfumature. Tuttavia, più ancora della sceneggiatura, ciò che conta è come il film parli chiaro. Fahrenheit 9/11 dimostra che, nonostante tutto il potere di manipolazione degli esperti in comunicazione, i menzogneri discorsi presidenziali e le insulse conferenze-stampa, una singola voce indipendente, segnalando alcune verità di politica interna che innumerevoli americani stanno già scoprendo per conto loro, può farsi strada attraverso la cospirazione del silenzio, l'atmosfera di paura costruita ad arte e la solitudine di chi si sente politicamente impotente.

È un film che parla di desideri remoti e ostinati in un periodo di disincanto. Un film che racconta barzellette mentre la banda intona l'Apocalisse. Un film in cui milioni di Americani riconoscono se stessi e gli specifici modi in cui vengono imbrogliati. Un film che parla di sorprese, per lo più brutte ma in qualche caso belle, che vengono discusse insieme. Fahrenheit 9/11 ricorda allo spettatore che, quando il coraggio è condiviso, si può lottare contro grosse difficoltà.

In oltre un migliaio di sale cinematografiche del paese Michael Moore diventa con questo film un Tribuno del popolo. E che cosa vediamo? Bush è visibilmente un idiota politico, la cui ignoranza del mondo è pari alla sua indifferenza ad esso. Mentre il Tribuno, forte dell'esperienza popolare, acquista credibilità politica, non come politico, ma perché dà voce alla collera della moltitudine e alla sua volontà di resistere.

La straordinarietà del film, però, non finisce qui. L'obiettivo di Fahrenheit 9/11 è impedire a Bush di truccare le prossime elezioni come ha fatto con le precedenti. Il film è incentrato sulla guerra in Iraq, una guerra assolutamente ingiustificata. Tuttavia le sue conclusioni vanno molto al di là di tali questioni. Il film di Moore dice a chiare lettere che un'economia politica che crea una ricchezza sempre più esorbitante circondata da una povertà sempre più disastrosa ha bisogno - per sopravvivere - di una guerra continua contro un qualche nemico straniero in modo da mantenere ordine e sicurezza al proprio interno. Ha bisogno di una guerra infinita.

Ecco perché, a quindici anni dalla caduta del comunismo, quando ormai da anni si è decretata la fine della Storia, una delle principali tesi dell'interpretazione marxiana della storia diventa nuovamente un punto di discussione e una possibile spiegazione delle catastrofi in corso. I più sacrificati sono sempre i poveri, annuncia quietamente Fahrenheit 9/11 nei minuti conclusivi. Per quanto tempo ancora? Oggi nel mondo non c'è futuro per nessuna civiltà che ignori questa domanda. Ed è per questo che il film è stato fatto ed è diventato quel che è diventato. Si tratta di un film che vuole fortemente che l'America sopravviva.



*Scrittore e critico d'arte

trad. dall'inglese di Maria Nadotti
scrive Patrizia:
Perchè nessun regista italiano ha fatto un film sulla carriera malavitosa di Berlusconi e sullo scempio che ha fatto delle nostre Istituzioni,dei beni comuni,delle nostre leggi? La gente capirebbe che siamo sull’orlo del baratro e sigillerebbe il televisore che gli serve da propaganda,come minimo. Nanni Moretti non avrebbe potuto fare lui questo film,che avrebbe informato tanti italiani dei pericoli che stiamo correndo.? Per fortuna adesso ci pensa Michael Moore.

Viviana
vivianavivarelli@aliceposta.it