Renato Curcio al centro giovanile <<Crash>> il 1° marzo è riuscito a fare interagire il problema scottante del precariato e disoccupazione giovanile con alcune questioni ambientali, un intreccio spesso in essere.

Nel suo tentativo di creare legami con le persone che vivono le situazioni umane, ha collocato anche fiumi super inquinati senza pesci ed ossigeno (una storia simile a quella riportata sotto) e come il tungsteno-coltan è legato a vicende di sofferenza e sfruttamento del lavoro di estrazione ........

Ciao Angela

 

 

LA CITTA’ INFIAMMABILE

La Repubblica delle donne 15 luglio 2006

Di Omero Ciai

AMBIENTE - Il Dock Sud,l’affollato vecchio porto alla periferia di Buenos Aires, è una delle zone più inquinate del mondo. Viverci è impossibile. Risanare necessario. La Corte suprema ha chiesto soluzioni. Entro settembre, forse, le prime risposte.

Più di due milioni di persone vivono in baracche a ridosso dei serbatoi dove si immagazzina la benzina. <<Se scoppia qualcosa, esplodiamo tutti>>. L’emergenza sanitaria è grave: residui di piombo e benzene nel sangue, intossicazioni da acidi. <<Questo è un genocidio silenzioso>>.

Nel 1993 il neoministro dell’ambiente Maria Julia Alsogaray promise che in mille giorni i guai del Riachuelo sarebbero stati risolti. Per farlo chiese un prestito di 250 milioni di dollari. Tredici anni dopo lo stesso ministro è in galera per corruzione.

Sulla vallata hanno giurisdizione e competenza nove enti nazionali, otto provinciali, altri otto della capitale e quattordici comuni. Un imbroglio amministrativo intricatissimo che causa, forse, la maggior parte dei problemi.

 

Un topo ogni due metri quadrati. Residui di ferro, piombo, cromo, mercurio e zinco. Un centinaio di discariche di rifiuti a cielo aperto. Il polo petrolchimico con cinquanta aziende che lavorano sostanze tossiche e, perfino, ottantotto fra navi e barconi affondati o abbandonati. La vallata del Riachuelo, il fiume che attraversa tutta la periferia di Buenos Aires e sfocia nel Rio de la Plata all’altezza della Boca, il vecchio porto a pochi chilometri dal centro della capitale argentina, e oggi tristemente nota come una delle zone più inquinate del mondo. <<C’è di tutto, tranne l’acqua>>, ti dicono quelli che, sfortunatamente, sono costretti ad abitare sulle sue rive. E lo scenario, in effetti, è da inferno. Come se tutta la sporcizia prodotta dalla metropoli si fosse data appuntamento proprio qui. Accanto a una baracca di legno e cartone una ragazzina sta in ginocchio sulla sponda del fiume. Con un ramo smuove un ammasso di buste di plastica cercando chissà cosa. Il colore dell’acqua – si fa per dire – è marrone vischioso, sembra olio. In pochi metri quadrati trasporta, molto lentamente, numerosi oggetti galleggianti: una testa di bambola, lo scheletro di una porta di legno, contenitori tetrapak, cartoni bagnati che affiorano appena.

Il Riachuelo – vuol dire “piccolo fiume” – o rio Matanza, come si chiama quando nasce, è lungo 64 Km e corre da ovest verso est attraversando un’area dove vivono quasi cinque milioni di persone (il 13% della popolazione dell’Argentina) su una superficie di oltre 2 mila Km quadrati. La zona di massima contaminazione inizia all’altezza dell’aeroporto internazionale di Ezeiza ma diventa estrema nell’ultimo tratto: una quindicina di chilometri fino al porto della Boca. E’ la zona del polo petrolchimico dove all’inquinamento dell’acqua e del suolo si aggiunge la contaminazione dell’aria. E’ qui che una indagine recente ha scoperto che più del 50 per cento dei bambini fra i sette e gli undici anni hanno nel sangue quantità allarmanti di residui di piombo. Sempre qui la mortalità infantile è pari al doppio di quella che si registra nelle altre zone della provincia di Buenos Aires. Per misurare l’inquinamento di un fiume si calcola la quantità di ossigeno presente nell’acqua. Fra gli otto e i dodici milligrammi per litro, il fiume è pulito. Sotto i cinque la situazione è già intollerabile. Alla foce del Riachuelo la quantità d’ossigeno è pari a zero milligrammi.

Dal centro città il Dock Sud si raggiunge in pochi minuti. E’ un villaggio di case unifamiliari, piccoli appartamenti con giardino. A sinistra, sul lato del fiume, ci sono le raffinerie. La Shell (Gb), Petrobras (Brasile), Repsol (Spagna), e le aziende chimiche. A destra, oltre la strada, il quartiere. Lo chiamano anche “villa infiamable”, significa”quartiere che si può incendiare”, perché si trova proprio a ridosso dei serbatoi dove immagazzinano la benzina e gli altri derivati del petrolio.  Vivere qui è come vivere a braccetto con la morte. Rapida: <<Se scoppia qualcosa, esplodiamo tutti>>. O lentissima: <<Qui la gente muore, ma nessuno sa perché>>. <<Un genocidio silenzioso>>, accusa Maria, una giovane madre con tre figli. La più piccola, sette anni, ha una intossicazione da inalazione di acidi. <<Tutti i bambini in questa zona>>, aggiunge, <<hanno problemi di asma o malattie della pelle>>. Se potesse, ovviamente, Maria se ne andrebbe. Ma questo è uno dei quartieri dove avere una casa non costa quasi nulla. Un luogo che anche i più poveri tra i poveri evitano, se possono. E’ pieno di cartelli “affittasi” o “vendesi” anche più in su dove ci sono dei vecchi casermoni di appartamenti popolari che guardano verso la baia del Rio de la Plata, oltre le ciminiere delle raffinerie di benzina. Anche l’economia è legata all’inquinamento. Ci sono piccoli ristoranti familiari che a mezzogiorno cucinano il pranzo per gli operai delle raffinerie e magazzini che comprano i rifiuti che i ragazzini trovano intorno al fiume. C’è addirittura un cartellone con i prezzi in un angolo. Ferro, tre pesos al chilo. Rame, cinque pesos. E via riciclando. Il 75% dell’inquinamento del Riachuelo è causato dall’assenza di una rete fognaria. Più di due milioni di persone vivono in baracche che hanno soltanto i pozzi neri per gli escrementi e inquinano le falde acquifere. Ma si tratta, in fondo, di materiali biodegradabili. L’altro 25% sono i residui tossici delle imprese che vengono gettati direttamente nel fiume. Per farsene un’idea bisogna tornarci dopo il tramonto quando l’odore di uova marce scende come una nuvola capricciosa sul Dock Sud. Arrossisce gli occhi e irrita le narici. Ma il problema non si ferma al Dock Sud. Perfino ad Avellaneda, un altro immenso quartiere periferico, diversi chilometri a sud del Riachuelo, ci sono casi di congiuntivite acuta. Hanno scoperto che dipende dalla quantità di benzene nel sangue. E il benzene è un derivato del petrolio che si produce nella zona delle petrolchimiche.

L’ultimo tentativo di risanare il Riachuelo risale al 1871, governava il generale Sarmiento. E’ di quell’epoca il primo decreto che proibiva di inquinarne le acque e si racconta che allora gli abitanti della capitale potevano perfino bagnarsi e prendere il sole d’estate lungo le sue sponde. Ma l’episodio emblematico che squarcia una vicenda di inettitudini amministrative e corruzione politica è del 1993. Il 3 gennaio di quell’anno il neoministro dell’Ambiente, Maria Julia Alsogaray, convocò una conferenza stampa e promise che nel volgere di mille giorni tutti i guai del Riachuelo sarebbero stati risolti. Per il risanamento del fiume venne chiesto un prestito di 250 milioni di dollari alla Banca interamericana di sviluppo, un organismo internazionale che offre crediti a progetto ai Paesi dell’America Latina. Tredici anni dopo, Maria Julia Alsogaray è in carcere dopo diverse inchieste legate alla corruzione e all’appropriazione di fondi pubblici. Del prestito risultano spesi appena 30 milioni di dollari, l’80% per pagare consulenti e progetti, qualche spicciolo utilizzato per rimuovere barche affondate. Pochissimo ha giovato al Riachuelo l'essere una sorta di frontiera fra la capitale e la provincia di Buenos Aires. Anzi, questa sua condizione geografica, e giuridica, non ha fatto altro che esaltare il ping-pong sulle responsabilità dell’inquinamento. Sulla vallata del Riachuelo hanno giurisdizione e competenza nove enti nazionali, otto provinciali, altri otto della capitale e quattordici comuni. Un imbroglio amministrativo intricatissimo causa, forse, della maggior parte dei problemi. E’ quasi sconcertante pensare che un Paese che ha promosso una querelle internazionale presso la Corte dell’Aja contro l’inquinamento, tutto da verificare, di due cartiere che producono cellulosa in Uruguay possa tollerare una situazione altamente tossica alle porte della sua capitale. L’ultima speranza, adesso, è nella Corte suprema. Una denuncia presentata da 140 cittadini sostenuti da Greenpeace l’ha finalmente scossa. Tanto che ha intimato ai governi (nazionale, regionale e provinciale) di presentare entro settembre un piano di risanamento dell’ultimo tratto del fiume. La prima firmataria della denuncia è Beatriz Mendoza, una psicologa che lavorava nell’unità sanitaria del Dock Sud con i bambini contaminati e ha perso la sensibilità delle dita delle mani. Beatriz non può cucire e ha difficoltà a inserire una chiave in una serratura. Lavorò nel Dock Sud soltanto due anni. Le si addormentavano le gambe e le braccia e, per questo, fece un’analisi tossicologica dalla quel risultò che nelle urine aveva livelli di benzene sei volte superiori a quelli tollerabili dall’organismo. <<Quando iniziammo la causa>>, ha detto a La Nacion di Buenos Aires, <<volevamo soltanto che le petrolchimiche pagassero le spese degli esami medici. Ma oggi (sei anni dopo) non credo che queste aziende possano salvarsi con un semplice indennizzo. Se ne devono andare dal Dock visto che qualsiasi altra soluzione, come il trasferimento delle migliaia di persone che vivono qui, è del tutto impraticabile>>. Sulle conseguenze dell’inquinamento del Riachuelo ci sono pochi studi attendibili. Quella più blanda è la congiuntivite cronica ma altre indagini segnalano perfino la sterilità nelle donne. Il futuro adesso dipende dalle sentenze della Corte suprema ma in molti dubitano che una soluzione sia dietro l’angolo. Un eventuale risanamento di tutta l’area presenta numerose difficoltà ed è talmente costoso che la maggior parte di coloro che sono costretti a vivere qui credono che, al massimo, assisteranno a qualche intervento di facciata. I funzionari pubblici sostengono adesso che il Riachuelo è anche una catastrofe culturale: <<E’ sempre stato l’immondezzaio di Buenos Aires perché è un grosso canale un po’ nascosto, se non lo cerchi quasi non lo vedi>>. All’altezza del ponte Colorado, a meno di mille metri dal limite che separa la città dalla provincia, i rifiuti si accumulano lungo la collinetta delle sue sponde. Da queste parti le famiglie li gettano qui perché il Comune li ritira una sola volta alla settimana. <<Torneranno i pesci nel Riachuelo? Ci vorrà un secolo, se basta>>, sentenzia un tassista.