Invio anche a te il contributo che avevo richiesto a Stephan Lausch di Bolzano... così che ci fosse una voce diversa, che non siano sempre i soliti a scrivere a questi giornali filo governativi... che tacciono o scrivono sempre le stesse idiozie!

Abbracci.
Adriano

----- Original Message -----

From: adriano rizzoli
To: Angela Chiocchetti
Sent: Monday, June 14, 2004 10:17 PM
Subject: Fw: proposta di pubblicazione
----- Original Message -----
From: üInitiative fr mehr Demokratie
To: fdebattaglia@katamail.com
Sent: Saturday, June 12, 2004 8:31 PM
Subject: proposta di pubblicazione
Stimato signor Franco De Battaglia,
probabilmente non si ricorderà di me, sono passati un po' di anni da quando Lei era direttore dell'Alto Adige e aveva mostrato sensibilità rispetto al problema del traffico che allora seguivo come collaboratore dell'Ökoinstitut. Abbiamo avuto modo di parlarci e ricordo di essere stato invitato una volta da Lei a partecipare a un dibattito al giornale.

La mia attività è ormai da anni legata all'obiettivo di una democrazia partecipata sulla quale l'Iniziativa per più democrazia, per la quale lavoro (organizzazione di volontariato), ha maturata una competenza decennale e che attualmente cerca di realizzare anche attraverso un disegno di legge sulla democrazia diretta che ha portato in Consiglio provinciale su iniziativa popolare (se interessa può consultare il nostro sito internet www.dirdemdi.org).

In tale contesto ora mi rivolgo a Lei con la preghiera di pubblicazione di una mia presa di posizione sulla questione del quorum di partecipazione sul quale si è acceso il dibattito a Trento dopo l'annullamento del referendum sull'inceneritore per il mancato raggiungimento della soglia. Abbiamo seguito il dibattito, eravamo speranzosi che, dopo la dichiarazione di un gruppo di consiglieri comunali si sarebbe giunti a una modifica dello stato attuale ma sembra che questo non avenga e che invece si continua ad accettare il quorum come parte integrante dello strumento del referendum.

Le mando in allegato sia un testo che potrebbe andare bene come articolo (Art-quorum Trentino 12giu04), sia anche un documento più ampio sul tema (argomenti contro quorum) in caso Lei avesse interesse di approfondire e visto che per necessità di abbreviare il pensiero sviluppato nella prima parte dell'articolo questo rimane purtroppo incompleto.

Grato di avermi potuto rivolgere a Lei e contento di aver avuto modo di contattare nuovamente una persona che ricordo con piacere e stima,

la saluto molto cordialmente
Stephan Lausch
(coordinatore dell'Iniziativa per più democrazia)
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Tanti buoni motivi contro il quorum di partecipazione

una riflessione su un’ipoteca pesante per la democrazia in Italia

Sul Trentino di domenica 6 giugno il giornalista Concetto Vecchio, a chiusura dell’articolo che informa dell’iniziativa del digiuno in opposizione al progetto dell’inceneritore per il Trentino,  afferma, impropriamente, che il mancato raggiungimento del quorum al referendum dello scorso novembre avrebbe dato ragione a chi quello strumento di democrazia partecipata lo ha, di fatto, snobbato e boicottato.

Avevamo seguito con interesse, pochi giorni dopo l’esito di quella contenuta partecipazione alle urne, sia le dichiarazioni di alcuni rappresentanti del consiglio comunale, che sembravano sensibili ad una “ristrutturazione” del referendum (affermavano infatti che “il referendum rischia “seriamente di morire…è illusorio pensare che bastino stampa, televisione e internet per informare le persone), sia il dibattito che ne era emerso. Varrebbe allora la pena ritornare sull’argomento e ringraziamo l’estensore del citato articolo di avercene dato ottimo spunto.

È certamente tempo di fare chiarezza sul quorum di partecipazione.

Constatiamo che il quorum non è un problema laddove non è previsto, come in quasi tutte le realtà che conoscono una partecipazione diretta dei cittadini attraverso il voto referendario, ma lo è in modo preminente laddove lo si prevede. L’Italia, con questo limite della metà degli aventi diritto al voto, è un’eccezione. L’immagine che si ha in Italia della democrazia diretta è segnata purtroppo dall’esperienza della limitazione del quorum e dal conseguente abuso; non la si conosce sotto l’aspetto propositivo e di partecipazione.

Se la democrazia diretta non è da intendere come sostitutiva a quella parlamentare, ma di integrazione, ponendosi quali scopi:

se si capisce e si condivide che questo avverrà solo se la loro partecipazione avviene a piena parità di diritto nei confronti dei loro rappresentanti e, con ciò, con la garanzia che questa conti e valga, allora dobbiamo finalmente riformare la democrazia diretta togliendo il quorum di partecipazione e istituendo il referendum propositivo o meglio l’iniziativa legislativa popolare.

Il referendum previsto a livello provinciale, e soprattutto comunale, non ha più nulla dei caratteri originari del referendum abrogativo e ciononostante continua a trascinarsi dietro l’anacronistico elemento che lo caratterizza: il quorum di partecipazione. In questo contesto esso è e rimane un meccanismo con il quale il potere politico al governo si nasconde dietro il disinteresse vezzeggiato, la non conoscenza di una grande parte della cittadinanza e si legittima attraverso la passività della popolazione.

Con la democrazia diretta si deve cercare di promuovere la partecipazione, non di scoraggiarla. La finalità principale della democrazia diretta è il pieno coinvolgimento della popolazione e questo si esprime in un alto numero di votanti.

Le ripetute esperienze, registrate in Italia, del fallimento di referendum a causa del mancato raggiungimento del quorum hanno un chiaro effetto frustrante sul cittadino. Si ritiene confermato nel proprio giudizio sulla presunta futilità del referendum (“Tanto il quorum non è mai raggiunto“) e persevera nell'atteggiamento astensionistico, pensando che non valga la pena partecipare ai referendum. Un circolo vizioso.

Da una parte quel numero legale è uno stimolo per la mobilitazione, dall'altra offre la possibilità del boicottaggio sia del voto sia di tutto il dibattito sul tema in argomento. Il boicottaggio pilotato dall’alto è molto più facile da organizzare, invece è molto più faticosa la mobilitazione dei gruppi più deboli, o dotati di meno strumenti, della società civile che hanno motivi per alzare la voce invece di conformarsi a facili appelli al boicottaggio. L'assenza del quorum previene automaticamente ad ogni tentazione di boicottaggio e manipolazione dettata da tattiche di partito, perché decide chi partecipa.

Bisogna poter distinguere fra i vari motivi che portano all'astensione dal voto, alla non-partecipazione: mancanza di interesse, comodità, il non sentirsi competenti, l’indecisione ed i più svariati motivi personali e di impedimento. Tutti questi motivi non possono contare come espressioni di contrarietà nei confronti quesito del quesito referendario. Come nel caso di elezioni si tratta di astensioni dal voto che non possono togliere a tutti i votanti il diritto legittimo di esprimersi. Altrimenti, per coerenza, anche per le elezioni andrebbe previsto un quorum di partecipazione.

Ogni cittadino, nel caso di una votazione, deve avere il diritto di astenersi dal voto, lasciando quindi la decisione agli altri concittadini. L'astensione è un atto rispettabile ed un diritto incontestabile, ma  non può, né deve, mettere in discussione il diritto degli altri votanti a decidere con la propria partecipazione quanto è stato proposto. Soprattutto nei comuni più piccoli si assiste spesso ad appelli al boicottaggio del voto, rivolti al cittadino dagli oppositori del quesito contenuto in quel referendum. In questo caso, chi partecipa al voto referendario può perfino essere individuato personalmente come cittadino con un preciso orientamento, cioè a favore del quesito proposto; pertanto il diritto al voto segreto, in una certa misura, è messo a repentaglio e le persone sono esposte a ritorsioni e conseguenze di vario tipo.

Il timore che una minoranza decisa e ben motivata possa imporre le sue proposte contro la volontà di una grande maggioranza passiva non è fondato. Questo è confortato dalle esperienze fatte in vari paesi dotati di democrazia diretta. Secondo ricerche realizzate in Svizzera nel caso di referendum su quesiti molto discussi, la partecipazione regolarmente raggiunge livelli alti.

Non va dimenticato che ogni cittadino, nel caso di buone regole sulla democrazia diretta, viene ben informato in via ufficiale del quesito posto a referendum.

Non solo è inconcepibile l'imposizione di intenti di gruppi minoritari contro posizioni della maggioranza della popolazione, anzi, rinunciando al quorum, ognuno vota secondo la propria coscienza e conoscenza del problema. Chi si è formato una chiara opinione e desidera esprimerla, non avrà problemi a recarsi alle urne, non perché spinto da intimidazioni, dal senso di dovere rispetto al “proprio partito“, o per obbedire alla parola d'ordine suggerita dalla forza politica di appartenenza.

In Svizzera da più di un secolo la democrazia diretta funziona molto bene senza quorum di partecipazione. Anche in presenza di una partecipazione al voto nei referendum nazionali, cantonali e comunali, che non supera sempre il 50%, nessuna forza politica seria ha mai chiesto di introdurre un quorum: “Si aprirebbero tutte le porte a manovre tattiche“, afferma il Ministero della Giustizia e della Polizia di Berna in una presa di posizione ufficiale. Lo stesso vale anche per la democrazia diretta bavarese che conta 50 anni di esperienza e per gli Stati Uniti che da quasi un secolo a livello degli stati e dei comuni non prevedono alcun quorum di partecipazione.

Il quorum di partecipazione è una regola quasi sconosciuta in altri paesi, ma proprio in Italia ha arrecato gravi danni all'idea e alla pratica della democrazia diretta e continua ad invitare gli oppositori di un'iniziativa al boicottaggio. Si ottiene l'effetto opposto che uno strumento di partecipazione politica cerca di sortire: la frustrazione e la passività.

Il quorum di partecipazione stravolge l'intento originale dello strumento referendario, cioè la promozione della partecipazione politica. Per gli oppositori di una proposta referendaria diventa più interessante boicottare il dibattito pubblico e puntare sull'astensione della popolazione invece di aprirsi al confronto democratico. Il quorum di partecipazione invita a servirsi della non-partecipazione per affondare tutto questo prezioso processo politico

Il quorum di partecipazione non è consono con un rapporto costruttivo con la popolazione che riguardo a problemi specifici deve avere la possibilità di avere e esprimere idee diverse rispetto al governo in carica.

Stephan Lausch - coordinatore di “Iniziativa per più Democrazia”

"Initiative für mehr Demokratie" - Associazione Bolzano

Bolzano, 12 giugno 2004



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                Ufficio di coordinamento: Via Argentieri, 15, 39100 Bolzano

tel+fax (con preavviso telefonico) 0471-324987

e-mail: info@dirdemdi.org, www.dirdemdi.org

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Tanti buoni motivi contro il quorum di partecipazione - una riflessione su un’ipoteca pesante per la democrazia in Italia -


Abbiamo una grossa ipoteca sul referendum in Italia, un’ipoteca che sta rovinando quel po’ di partecipazione istituzionale che abbiamo. È ora di fare chiarezza sul quorum di partecipazione. Constatiamo che il quorum non è un problema là dove non è previsto come in quasi tutte le realtà che conoscono una partecipazione diretta dei cittadini attraverso il voto referendario, ma lo è in modo preminente là dove lo si prevede. L’Italia con questo quorum è un’eccezione. Per comprendere questo fatto dobbiamo guardare indietro fino all’Assemblea costituente dell’anno 1947. Allora era al vaglio dei padri fondatori della Repubblica tutta la gamma di strumenti di democrazia diretta che, se realizzata, avrebbe fatto della democrazia in Italia una altrettanto completa come in Svizzera. La partitocrazia ovviamente era contraria a quest’ipotesi e cancellando uno strumento dopo l’altro alla fine rimasero solo il referendum che conosciamo, quello abrogativo e quello confermativo nonché la proposta di legge di iniziativa popolare. Questo referendum lo si è voluto avendo passato appena l’esperienza della dittatura fascista. Il popolo avrebbe dovuto avere la possibilità di abrogare delle leggi in caso questi andassero in modo evidente contro la volontà della maggioranza della popolazione e, con il referendum confermativo, di decidere se modifiche della Costituzione dovevano entrare in vigore. Il referendum abrogativo è stato concepito come un freno di emergenza per casi di divergenza eclatante tra l’operato del Parlamento e la volontà popolare. Il quorum in questo caso non era niente meno che il meccanismo con il quale si attivava la delegittimazione del Parlamento con una maggioranza degli aventi diritto al voto, che dava il potere di annullare l’operato del Parlamento che una maggioranza dei cittadini riteneva lesivo per il bene comune. In tal senso il referendum non era concepito come uno strumento di partecipazione ma come strumento di difesa estrema. In una tale funzione il quorum non problematico, visto che il referendum doveva essere attivato solo in caso di quasi sollevazione del popolo contro il proprio Parlamento usurpatore del proprio potere.

Da qui si comprende che l’uso che i Radicali avevano fatto di questo strumento non era appropriato alla sua funzione originale: i Radicali con esso volevano fare politica, modificare attraverso la partecipazione dei cittadini la politica, lo usavano come strumento di indirizzo non come freno di emergenza. Non poteva funzionare: non si può fare politica abrogando e  avendo di mezzo anche un meccanismo come il quorum che disincentiva la partecipazione.

L’immagine che si ha in Italia della democrazia diretta è segnata purtroppo dell’esperienza di tale limitazione e conseguente abuso - non la si conosce sotto l’aspetto propositivo e di partecipazione anche se nei maggior casi era proprio questo l’aspettativa nei suoi confronti. Si è voluto spesso qualcosa di diverso di quanto era possibile fare con questa forma limitata.

Ecco, se la democrazia diretta non è da pensare come sostitutiva a quella parlamentare ma di integrazione, come possibilità di migliorare le scelte facendo far partecipare la società civile, di consolidare la democrazia rendendola praticabile per i cittadini oltre la pura delega, se si pone come obiettivo il sempre maggior coinvolgimento dei cittadini nel dibattito politico e se si capisce che questo avverrà solo se la loro partecipazione avviene a piena parità di diritto nei confronti dei loro rappresentanti e conciò con la garanzia che questa conti e valga, allora dobbiamo finalmente riformare la democrazia diretta togliendo il quorum di partecipazione e istituendo il referendum propositivo o meglio l’iniziativa legislativa popolare.

Il referendum previsto a livello provinciale e soprattutto comunale non ha più nulla dell’originale referendum abrogativo e ciò nonostante si trascina dietro quell’elemento che lo caratterizza: il quorum di partecipazione. In questo contesto esso è e rimane un meccanismo con il quale il potere politico in carica si nasconde dietro il disinteresse vezzeggiato e la voluta ignoranza di una grande parte della cittadinanza e si legittima attraverso la passività coltivata della popolazione.


Perché il quorum non deve aver posto in uno strumento di partecipazione ?

Con la democrazia diretta si cerca di promuovere la partecipazione, non di scoraggiarla. La finalità principale della democrazia diretta è il pieno coinvolgimento della popolazione e questo si esprime in un alto numero di votanti. Ma legando la validità di ogni risultato referendario ad una soglia di partecipazione minima si rafforza la partecipazione al voto o si ottiene proprio il contrario? Bisogna partire da questa considerazione: chi non è motivato a partecipare ad una votazione su un qualsiasi argomento, non si fa invogliare a cambiare idea per il semplice motivo che la sua astensione probabilmente farà decadere tutta la votazione per mancanza del numero necessario di votanti.

Per contro, la ripetuta esperienza, registrata in Italia, del fallimento di referendum a causa del mancato raggiungimento del quorum ha un chiaro effetto frustrante sul cittadino. Si ritiene confermato nel proprio giudizio sulla presunta futilità del referendum („Tanto il quorum non è mai raggiunto“) e persevera nell'atteggiamento astensionistico, pensando che la partecipazione ai referendum non valga la pena. Un circolo vizioso.

Da una parte il quorum di partecipazione è uno stimolo per la mobilitazione. Dall'altra parte offre la possibilità del boicottaggio sia del voto sia di tutto il dibattito sul rispettivo argomento. Il boicottaggio pilotato dall’alto è molto più facile da organizzare, invece è molto più faticoso la mobilitazione dei gruppi più deboli o più passivi della società che hanno più motivi per alzare la voce invece di conformarsi a facili appelli di boicottaggio. L'assenza del quorum previene automaticamente ad ogni tentazione di boicottaggio e manipolazione dettata da tattiche di partito, perché decide chi partecipa.

L'assenza di un quorum di partecipazione sarebbe conforme alla Costituzione?

Il referendum abrogativo a livello nazionale prevede un quorum di partecipazione. Un tale quorum, però manca nel caso del referendum confermativo previsto nel caso delle modifiche della Costituzione approvate dal Parlamento. Questo tipo di referendum è stato svolto per la prima volta nell'ottobre 2001, quando, in effetti, ha deciso la maggioranza dei votanti (senza quorum). Questa regola, introdotta dalla riforma dello statuto di autonomia del 2001, ora vale anche a livello provinciale dell'Alto Adige per quei (futuri) referendum provinciali che riguardano le leggi provinciali sulla forma di governo (cioè sul sistema elettorale e sugli strumenti di democrazia diretta). La conclusione è semplice: in presenza di questi tipi di referendum senza quorum di partecipazione (come illustrato sopra, per la Costituzione e per le leggi sul „sistema di governo“) non esiste un vincolo giuridico costituzionale per prevedere un tale quorum per gli strumenti di democrazia diretta su tutto il resto della legislazione con rango relativamente inferiore.

Non partecipare al voto non significa respingere un quesito

Bisogna distinguere bene fra i vari motivi che portano all'astensione dal voto, alla non-partecipazione: mancanza di interesse, comodità, il non sentirsi competenti, l’indecisione ed i più svariati motivi personali di impedimento in quel dato giorno. Tutti questi motivi non possono contare come espressioni di contrarietà verso il quesito del rispettivo referendum. Come nel caso di elezioni si tratta di astensioni dal voto che non possono togliere a tutti i votanti il diritto legittimo di decidere. Altrimenti, per coerenza, anche per le elezioni andrebbe previsto un quorum di partecipazione.

Astenersi dal voto è un diritto

Ogni cittadino, nel caso di una votazione, deve avere il diritto ad astenersi dal voto, lasciando quindi la decisione agli altri concittadini. L'astensione è un atto rispettabile ed un diritto incontestabile, ma  non deve mettere in questione il diritto di tutti gli altri votanti a decidere con la propria partecipazione quanto è stato proposto a votazione referendaria.


Il quorum di partecipazione viola il principio al voto segreto

Soprattutto nei comuni più piccoli si assiste spesso ad appelli di boicottaggio del voto lanciati dagli oppositori di una proposta, cioè un quesito contenuto in un referendum. In questo caso, chi partecipa al voto referendario può perfino essere individuato personalmente come cittadino con un preciso orientamento, cioè a favore del quesito proposto. Pertanto il diritto al voto segreto in una certa misura è messo a repentaglio e le persone sono esposte a ritorsioni e conseguenze di vario tipo.

Nessun pericolo che una minoranza si imponga ai danni di una tacita maggioranza

Il timore che una minoranza decisa e ben motivata possa imporre le sue proposte contro la volontà di una grande maggioranza passiva non è fondato. Questo è confortato dalle esperienze fatte in vari paesi dotati di democrazia diretta. Secondo ricerche realizzate in Svizzera nel caso di referendum su quesiti molto discussi, la partecipazione regolarmente raggiunge livelli alti. La maggioranza della popolazione, col proprio voto, regolarmente nei referendum dimostra il suo rifiuto di una rivendicazione minoritaria. Quindi in ogni referendum, come nel caso delle elezioni di organi rappresentativi, la partecipazione al voto dipende essenzialmente dalla forza degli argomenti delle parti in causa, dal dibattito pubblico che si apre sul quesito, dal coinvolgimento attivo della società e del mondo dei media e della politica rappresentativa. Infine non va dimenticato che ogni cittadino, nel caso di buone regole sulla democrazia diretta, viene informato in via ufficiale del quesito posto a referendum.

Senza quorum di partecipazione si consentono decisioni più qualificate

Non solo è inconcepibile l'imposizione di intenti di gruppi minoritari contro posizioni della maggioranza della popolazione, anzi: rinunciando al quorum ognuno vota secondo la propria coscienza e conoscenza del problema. Chi si è formato una chiara opinione e desidera esprimerla, non avrà problemi a recarsi alle urne, non perché spinto da intimidazioni, dal senso di dovere rispetto al „proprio partito“, o per obbedire alla parola d'ordine emessa dalla propria forza politica.

In Svizzera ed in Baviera l'assenza del quorum non ha creato problemi, in Italia, per contro, il quorum ne ha creati

In Svizzera da più di un secolo la democrazia diretta funziona molto bene senza quorum di partecipazione. Anche in presenza di una partecipazione al voto nei referendum nazionali, cantonali e comunali, che non supera sempre il 50%, nessuna forza politica seria ha mai chiesto di introdurre un quorum: „Si aprirebbero tutte le porte a manovre tattiche“, afferma il Ministero della Giustizia e della Polizia di Berna in una presa di posizione ufficiale. Lo stesso vale anche per la democrazia diretta bavarese che conta 50 anni di esperienza, e per gli Stati Uniti che da quasi un secolo a livello degli stati e dei comuni non prevedono un quorum di partecipazione.

Il quorum di partecipazione è una regola quasi sconosciuta in altri paesi, ma proprio in Italia ha arrecato gravi danni all'idea e alla pratica della democrazia diretta e continua ad invitare gli oppositori di un'iniziativa al boicottaggio di tutto il dibattito pubblico. Si ottiene l'effetto opposto che uno strumento di partecipazione politica cerca di sortire: la frustrazione e la passività.

La maggior parte delle proposte di legge di iniziative popolari interessa solo una piccola parte della popolazione

In nessun caso di iniziativa legislativa si può dare per scontato un interesse diffuso fra larghe fasce della popolazione. Questo non riguarda solo le iniziative popolari, ma in maniera più spiccata l'attività del Consiglio provinciale. In una democrazia compiuta la popolazione delega i suoi rappresentanti ad occuparsi di tutta la gamma di competenze e materie che spesso interessano solo singoli gruppi o singoli settori della società. Ma ci sono problemi la cui soluzione può richiedere il coinvolgimento di tutta la popolazione. In questo caso un gruppo di cittadini sufficientemente grande (funge da filtro il considerevole numero di firme necessarie per la richiesta del referendum) deve poter rivolgersi al resto dell'elettorato per decidere insieme in prima persona dei quesiti proposti.

Il quorum di partecipazione si trova in contrasto con una cultura democratica

Il quorum di partecipazione stravolge l'intento originale dello strumento referendario, cioè la promozione della partecipazione politica. Per gli oppositori di una proposta referendaria diventa più interessante boicottare il dibattito pubblico e puntare sull'astensione della popolazione invece di aprirsi al confronto democratico. Il quorum di partecipazione invita a servirsi della non-partecipazione per affondare tutto questo prezioso processo politico. Di tal maniera il senso dello strumento è stravolto.

Il  quorum di partecipazione è espressione del senso di sfiducia nei confronti dei cittadini

Il  quorum di partecipazione è stato introdotto in Italia con l'ipotesi che la partecipazione politica diretta della cittadinanza possa verificarsi solo in opposizione alle istituzioni rappresentative, non come strumento di integrazione. Attività politiche all'esterno dei grandi partiti non erano ben accolte come integrazione o correttivo dell’attività del parlamento e del governo, ma erano considerate un puro strumento di difesa nei confronti delle istituzioni in casi estremi. La legittimità di tale attività andava provata con la partecipazione della maggioranza dell'elettorato, come se si trattasse di dare un completo voto di sfiducia ad un governo in carica sostenuto da una maggioranza parlamentare. Il quorum di partecipazione non è consono con un rapporto costruttivo con la popolazione che riguardo a problemi specifici può avere idee diverse rispetto il governo in carica.

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