La partecipazione comincia dall'informazione
Elettrosmog: per viverne il diritto

"La nostra città sarà in futuro capitale della partecipazione", interviene così Beatrice Draghetti (neo presidente della Provincia di Bologna) il 17-06-04 dal palco di Piazza Maggiore. Bologna vuole entrare in Europa dialogando con i cittadini, costruendo il consenso nelle assemblee, da mesi sostiene Cofferati.

Le priorità sono tante, ma esiste la scadenza del 30 settembre 2004, prevista dalla Legge regionale in materia di elettrosmog, per la presentazione da parte dei gestori del nuovo piano antenne 2005 che, questa volta, vorremmo fosse deciso in modo partecipato, come approvato all'unanimità dal Consiglio comunale nella delibera popolare il 16 febbraio 2004. Unico piano liberamente trasformato, senza il consenso dei cittadini, in quattro trances dalla delibera di Giunta di fine marzo 2003 (vedi ricorso collettivo di Alberi non antenne e VAS nazionale). Pertanto il problema ambientale in questione può essere posticipabile, ma si deve portare dietro la perentorietà di scadenze già fissate nelle norme modificate e pertanto modificabili. Questo sarebbe un modo per aprire il mandato iniziando dalla partecipazione, praticabile anche per gli argomenti più scottanti, volendo.

Per far questo è indispensabile una corretta e trasparente informazione, inseguita per anni e costante elemento mancante laddove è sorto il comitato di protesta.

"I cittadini vogliono sapere" e partecipare al procedimento: un diritto ancora da conquistare, perché?!

A Bologna, dalle prime antenne sorte nel 1999, si presenta il problema che viene affrontato, ma non in modo esaustivo in quanto sussiste ancora. Impianti montati da un giorno all'altro, anche di notte e nei giorni di festa, nello sbalordimento ed indignazione dei comitati. Nel luglio del 1999, il cittadino che voleva sapere, veniva abbandonato nelle lunghe file presso l'Ufficio comunale per il Controllo Edilizio, tra professionisti interessati a pratiche di diversa natura. Alle 6,30 iniziava il calvario, con l'inserimento del nominativo in una lista manuale di prenotazione in attesa dell'apertura ufficiale dell'ufficio alle 8,30, con relativa distribuzione dei numeri. Per i funzionari comunali era in dubbio perfino l'esistenza della L. 241 che non solo siglava la necessità di informare, ma anche quella di potere intervenire nel procedimento, in quanto portatori di interessi comuni. Il ricorso al Difensore Civico ha aperto uno spiraglio. Inacettabile non potere avere copia del progetto dell'impianto per capire dove arrivavano le irradiazioni, se maggiormente in cucina o in camera da letto, non potere conoscere le aree di casa tua più colpite per difendere maggiormente i bambini cambiando la collocazione del letto. Poi, "intuendo" la probabile installazione di un nuovo impianto, era possibile recarsi presso gli uffici comunali per verificarne la collocazione, nonostante una delibera che conferiva ai gestori l'onere informativo nel raggio di 200 metri, spesso citata negli atti presentati per la richiesta di autorizzazione, ma costantemente ignorata nei fatti. Il rimpallo di competenze tra ditte di telefonia, amministrazione e quartieri ci ha portato, dopo denunce, solleciti e pressioni, alla Legge regionale del 2000 che consente al cittadino di fare osservazioni nel corso del procedimento, all'URP fornita di dati e pronta ad informare, allo Sportello Unico elargente copia dei progetti a pagamento, ai quotidiani di turno che stampano trafiletti trasparenti, a pubblicazioni silenziose nell'albo pretorio o nelle bacheche di qualche quartiere, ad articoli megalattici corredati dal "dettaglio" delle vie solo a scadenze ravvicinate ed impossibili da praticare. Effettivamente manca ancora qualcosa per potere arrivare al "consenso informato" ….. cioè, che semplicemente arrivi l'informazione al cittadino, come quando viene invitato a pagare le tasse, in modo tale da non arrivare sempre in ritardo, a chiusura lavori, con un dato di fatto che non rispetta i bisogni degli interessati.

Quando l'intervento dei cittadini da fastidio:

Nelle motivazioni del duplice rinvio della Legge regionale del 2000, il Commissario di Governo si esprime in termini duri, non certo aperti alla partecipazione e poco rispettosi del cittadino.

Al momento del primo rinvio, quando viene analizzata la notizia alla cittadinanza dell'avvenuta presentazione del Programma annuale delle installazioni di telefonia mobile, fissando un termine per la presentazione delle osservazioni, il Commissario di Governo evidenzia che tale richiesta della Regione "si pone in contrasto, oltre che con il generale principio di ragionevolezza, atteso che il Programma attiene a specifiche tecniche non sindacabili da qualunque cittadino, anche con il principio che vieta l'aggravio del procedimento."  Affermazioni gravissime che lo stesso Commissario di Governo alleggerisce nelle motivazioni del secondo rinvio. Quindi non è "ragionevole" fare intervenire i cittadini, "fa perdere tempo" alla già lenta burocrazia delle amministrazioni e soprattutto quanto espresso dai tecnici non può essere sindacato da un "qualunque cittadino", insomma valgono solo gli esperti di parte.

Nel decreto Gasparri, i cittadini sono considerati "turbativa", se organizzano manifestazioni di dissenso con anziani e bambini, passibili di essere portati in giudizio da un privato, i gestori.

Nel rivolgersi al Settore Sportello per Edilizia e Imprese del Comune di Bologna, un comitato riceve una raccomandata il 3 marzo 2003 con questo tenore: "in merito alla sua richiesta di accesso agli atti ….. il Regolamento sui diritti di partecipazione e informazione del cittadino ….. consente agli Uffici il differimento della consegna della documentazione …… sino a quando la conoscenza di essi possa impedire o gravemente ostacolare lo svolgimento dell'azione amministrativa. Non è comunque ammesso l'accesso agli atti preparatori nel corso della formazione dei provvedimenti…..". Un regolamento partecipativo perlomeno un pochino restrittivo, da rivalutare insieme a chi da anni sollecita la necessità di una revisione che lasci spazio anche all'intervento dal basso.

Nella protesta per l'informazione non ricevuta nonostante il rispetto delle leggi.

Non è stata data nessuna comunicazione a mezzo stampa per una domanda di avvio al procedimento presentata allo Sportello Unico per le imprese in data 30 aprile 2001 dalla società installatrice dell'impianto dichiarato solo da riconfigurare (modifiche ad una struttura esistente), mentre era nuovo. Nonostante la stazione radio base venisse autorizzata con provvedimento del Comune di Bologna solo il 22 maggio 2003, si ritiene in modo definito corretto di non dare informazione a mezzo stampa in quanto tale sistema è diventato obbligatorio dal 30 novembre 2001. Indicibile paradosso!

Nel chiedere informazioni che non si possono dare.

Quando un comitato vede spuntare antenne dal nulla e si reca allo Sportello Unico non vorrebbe sentire dichiarare al funzionario: "non è stata data nessuna autorizzazione!". All'ulteriore verifica fatta presso il Quartiere S. Stefano, nel caso in questione, riappare tragica la burocrazia che tante leggi avrebbero dovuto eliminare: "Bisogna inoltrare la richiesta in forma scritta, magari via fax, e risponderemo tra qualche giorno solo sulle informazioni che possiamo dare …." e dire che si voleva solo sapere se quell'antennina era in funzione o meno e, se attivata, quali valori di inquinamento produce.     

Queste esperienze negative del passato, unitamente al riesame dell'inserimento normativo comunale e regionale del "silenzio-assenso", dovrebbero servire da esempio, diventare oggetto di analisi e valutazione, collegandole ad altre, per capire come costruire il nuovo percorso informativo, anima essenziale per parlare di partecipazione.

Angela Donati "Alberi non antenne" (18-06-04)