Roma, 4 novembre 2002.

Inviamo un intervento del prof. Benedetto Terracini, padre della epidemiologia italiana e direttore scientifico di "Epidemiologia e Prevenzione", rivista dell'Associazione Italiana di Epidemiologia, cofirmato dal dott. Luca Carra, che critica l'atteggiamento dogmatico e scientista del prof. Tullio Regge, fisico nucleare, docente del Politecnico di Torino, cofondatore di "Galileo 2001", editorialista di "Le Scienze" e membro del "Comitato Internazionale di valutazione per l'indagione sui rischi sanitari dell'espozizione ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici (CEM)" istituito dai Ministri dell'Ambiente, della Salute e delle Comunicazioni.

Leggendolo con attenzione viene in mente una sola azione: quella di esperire la possibilità di impugnare le conclusioni della suddetto Comitato che dovrebbero essere ormai disponibili presso quei ministeri.

Cordialità. Raffaele Capone.

Cordinamento dei Comitati di Roma Nord.

-------------------------------------------------------------

Da Epidemiologia e Prevenzione, Rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, anno 26 (4), luglio-agosto 2002, Editore Zadig, via Calzecchi 10 - 20133 Milano.

Strategie precauzionali e rischi ambientali.

Su Repubblica, lo scorso 5 luglio,1 Tullio Regge attacca le posizioni degli ambientalisti e sviluppa argomentazioni per condannare senza appello il principio di precauzione, da lui definito <<favola arrogante>>. Gli stessi concetti egli ha espresso su Le Scienze di Luglio 2002. Notoriamente, il fisico torinese non è né alle prime armi né isolato nella sua polemica con gli ambientalisti. E’ membro fondatore del Manifesto <<Galileo 2001>>, che difende la libertà e la dignità della scienza, minacciate dallo <<oscurantista fondamentalismo ambientalista>>.

Siffatto giudizio negativo sul principio di precauzione è presuntuoso e pericoloso. E’ presuntuoso perché tace sul fatto che diverse agenzie, non ultima l’Organizzazione mondiale della sanità,2 hanno sviluppato un’articolata strategia precauzionale da adottare nel processo di decision making, do fronte a diversi gradi di incertezza sull’innocuità di esposizioni ambientali. Al più elevato livello corrisponde l’applicazione del principio di precauzione, cioè l’adozione di una serie di regole intese a evitare un possibile danno futuro, prendendo in considerazione rischi che non sono interamente accettati. 3

Sulla <<favola arrogante>> del principio di precauzione, l’Unione Europea ha redatto linee guida, 4 che, tra l’altro, comportano la valutazione rischi/benefici, la definizione di obiettivi (difficilmente corrispondenti a rischio zero), l’assegnazione della responsabilità di dimostrare l’innocuità di un’attività a chi la propone, l’esplorazione di soluzioni alternative a quelle potenzialmente nocive e scadenze per la revisione della decisione.

Il principio è stato applicato nella decisione sulla messa al bando da parte della Commissione Europea della carne bovina proveniente dal Regno Unito. Secondo la Corte Europea di Giustizia: <<data la serietà del rischio, l’urgenza della circostanza e considerando l’obiettivo della decisione, su base temporanea e in attesa di una informazione scientifica più dettagliata>>. Un episodio che si può discutere, come è proprio di una società democratica, ma difficilmente liquidabile come <<favola arrogante>>.

La negazione, da parte di Regge, della validità del principio non lascia neppure spazio per interventi precauzionali in circostanze di incertezza scientifica cui potrebbero applicarsi strategie preventive con un protocollo di applicazione più flessibile, attuabili con misure semplici, di basso costo e facilmente fattibili, che vanno sotto il nome di prudent avoidance * (e già invocate, sulle pagine di E&P, da Susanna Lagorio). 5

In questo quadro, imperfetto ma più articolato di quanto Regge vuole farci credere, rimangono sicuramente molte cose da definire nel processo di risk management (che, diversamente dalla stima del rischio, non può non essere lasciato nelle sole mani degli <<esperti>>). A quali agenzie spetta di identificare le circostanze di incertezza scientifica che richiedono qualche forma di strategia precauzionale? Con quali strumenti e con quale partecipazione da parte dei non addetti al lavori? Come stabilire se l’incertezza scientifica è tale da richiedere le misure proprie del principio di precauzione, oppure forme più blande di protezione ma pur sempre dotate di efficacia?

Oltre a rifiutare la considerazione di ciò che è incerto, Regge gerarchizza i rischi ambientali in un’ottica utilitaristica: sono più gravi quelli che danneggiano, o potrebbero danneggiare, il numero più elevato di persone. Questo lo porta a liquidare i possibili effetti dei campi elettromagnetici in poche parole. Egli accetta la limitata evidenza epidemiologica di una associazione tra campi a bassissima frequenza e leucemie infantili e la stima in 6-7 del numero di bambini che potrebbero contrarre la malattia attualmente in paesi delle dimensioni della Gran Bretagna o dell’Italia. Siamo d’accordo tanto sull’impossibilità di ignorare il dato epidemiologico quanto sulla stima del numero di casi attribuibili (almeno, sulla base di quanto conosciamo oggi).

Non siamo invece d’accordo sul modo in cui Regge dà per scontato che la società debba accettare questo possibile eccesso di rischio (che egli minimizza ulteriormente ricordando l’elevata guarigione dei bambini leucemici: consigliamo Regge di leggere i lavori sugli effetti indesiderati delle efficaci terapie per le leucemie infantili). Soprattutto, ci preoccupa il silenzio di una persona del prestigio scientifico di Tullio Regge (e di altri firmatari dell’appello <<Galileo 2001>>) sull’opportunità di contenere il possibile rischio mediante raccomandazioni di prudent avoidance: per esempio, vivere in abitazioni a una minima distanza dalle linee ad alta tensione o cabine di trasformazione.

Anche noi pensiamo che quel poco che si sa non giustifica una spesa di 20-30 miliardi di euro per risanare la rete elettrica italiana (ma ci sembrerebbe antidemocratico tappare la bocca a chi ha una opinione diversa), ferma però restando la necessità di progettare i nuovi impianti tenendo in considerazione più che in passato l’entità delle radiazioni emesse, e di fabbricare elettrodomestici adottando le misure che permettono di diminuire le emissioni.

Simile è il caso degli organismi geneticamente modificati (OGM), introdotti negli anni recenti. La somiglianza però su ferma a un certo punto: se sappiamo poco sui campi elettromagnetici (in mezzo ai quali si svolge la nostra vita e quella dei nostri figli), la penetrazione degli OGM nell’ambiente è stata finora limitata e la quantità di conoscenze sui loro effetti sulla salute umana è ben lontana da quella massa critica che potrebbe consentire una prima, tentativa, valutazione di sicurezza. E le ricerche che si sono concentrate sugli effetti sull’ambiente degli OGM lo sono ancora meno.

Una situazione che, secondo noi, si presta all’applicazione del principio di precauzione. A Regge potrà non piacere, e ancor meno piacerà alle industrie biotech. Ma in questo caso, la scienza davvero sa troppo poco.

Gli scienziati scientismi che accusano di oscurantismo chi guarda con prudenza certe tecnologie non si sono accorti che la nostra capacità di prevedere le conseguenze di certe innovazioni è terribilmente indietro rispetto alla nostra capacità di innovare. Ha ragione Regge quando dice che <<il mondo reale è imprevedibile e complesso>>. Lo è più di quanto i suoi scritti facciano trasparire.

Benedetto Terracini, Luca Carra