Dall'Osservatorio Parchi di Legambiente LombardiaQuest'anno ci siamo giocati un lago d'Orta: 1,5 miliardi di metri cubi
d'acqua persi dai ghiacciai italiani
Le Alpi stanno perdendo una risorsa idrica strategica: rischio siccità nel futuro del Nord Italia

Si è discusso di ghiacciai e di bilanci idrici al convegno promosso lo scorso
4 dicembre dalla CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle
Alpi) e dall'università di Milano che ha radunato i massimi esperti delle
principali organizzazioni glaciologiche e climatologiche italiane (Servizio
Glaciologico Lombardo, Comitato Glaciologico Italiano, Società meteorologica
Italiana) dal titolo inquietante ma appropriato 'deglaciazione alpina'.

I ghiacciai sono una banca dell'acqua, strategica per il nord Italia, in
quanto ghiaccio e neve dell'alta quota liberano acqua proprio nei momenti
di massimo bisogno, in periodi siccitosi e caldi. Ne abbiamo avuto dimostrazione
nella scorsa estate quando, a fronte di una siccità straordinaria, i fiumi
che scendevano dalle Alpi avevano portate pari o addirittura superiori a
quelle normali, permettendo di evitare guai più seri per carenza idrica
in pianura. Anche le centrali idroelettriche hanno funzionato regolarmente,
senza accusare cali di produzione (anzi, in alcuni casi aumentandola), poiché
gli invasi d'alta quota erano colmi delle limacciose acque di fusione.

Ma per quanto tempo ancora questa banca dell'acqua - che nelle Alpi contiene
ancora molte decine di miliardi di metri cubi di ghiaccio - potrà rifornire
le pianure delle regioni alpine (che, secondo i modelli di cambiamento climatico,
si avviano a trasformarsi in aree a clima mediterraneo)? Molto poco, perché
all'attuale ritmo di fusione il 'capitale' investito in forma di ghiaccio
negli ultimi 5000 anni potrebbe esaurirsi nell'arco di pochi decenni.
Le prime aree a farne le spese potrebbero essere proprio le valli alpine glacializzate:
proprio a causa dell'orografia, regioni come la Valle d'Aosta, l'Alta Valtellina
e la Val Venosta hanno regimi di piovosità estremamente scarsi, paragonabili
a quelli delle aree della Sicilia interna. Se queste valli hanno potuto
disporre con continuità di grandi quantità d'acqua in ogni momento dell'anno
ciò è grazie ai ghiacciai d'alta quota, per questo il loro assottigliamento
e scomparsa è fonte di grande preoccupazione in un futuro per nulla remoto.

GHIACCIAI SULLA VIA DELL'ESTINZIONE NELLE ALPI ITALIANE
La scorsa estate l'emergenza idrica nel Nord italia ha richiesto misure
straordinarie: ricordiamo le trattative a Parma in cui l'Autorità di Bacino
del Po ha imposto ai concessionari idroelettrici il rilascio straordinario
di 3 milioni di metri cubi d'acqua al giorno dalle dighe alpine. Nulla in
confronto all'acqua che hanno ceduto 'gratuitamente' i ghiacciai, la cui
fusione dovuta alle anomale temperature estive ha liberato e immesso nei
fiumi italiani oltre un miliardo e mezzo di metri cubi di acqua, più o meno
la capacità del Lago d'Orta. Il calcolo è presto fatto se si considera che
la superficie dei ghiacciai tributari del versante italiano delle Alpi è
di oltre 600 km quadrati (circa tre volte il Lago Maggiore) e che
il ghiaccio si è fuso per uno spessore medio di circa 3 metri.
Si stima che una simile quantità di acqua corrisponda
alla perdita di circa un decimo di tutto il ghiaccio 'perenne' delle Alpi italiane.

L'estate 2003 ha rappresentato un estremo climatico davvero notevole,
se si considera che la temperatura media estiva è stata di quasi 4°C superiore
alla massima temperatura estiva mai registrata dal 1753 ad oggi, e che questa
anomalia ha interessato mezza Europa, dalla Spagna alla Germania e dall'Inghilterra
al sud Italia. Solo il futuro ci dirà se un evento del genere è destinato
a ripetersi o a restare un caso isolato. Quello che è certo è che eventi
simili imprimono una forte accelerazione al processo di ritiro dei ghiacciai
in corso da oltre un secolo, la migliore testimonianza del cambiamento climatico
in atto: i ghiacciai alpini sono ormai dimezzati, molti apparati minori
e di bassa quota sono estinti, le lingue dei ghiacciai maggiori si sono
ritirate di diverse centinaia di metri: è il caso del ghiacciaio del Lys,
nel gruppo del Monte Rosa, il cui fronte è retrocesso di quasi un chilometro
e mezzo dalla metà del XIX sec. ad oggi. Gli ultimi anni hanno mostrato
i dati più preoccupanti: lo spessore del ghiaccio del Sobretta (Valfurva)
e dello Scerscen (Gruppo Bernina) si è assottigliato di oltre 7 metri dal
1997 ad oggi, nonostante l'eccezionalità delle nevicate dell'inverno 2001
quando si sono misurati accumuli di neve superiori ai 5 metri. Sul ghiacciaio
del Ciardonay, nel Gran Paradiso, le perdite sono di 14 metri dal '92 ad
oggi, e al ritmo attuale di fusione anche questo grande apparato rischia
di sparire nel volgere di un trentennio.

E' bene fare presente che queste misure si riferiscono solo al ghiaccio
propriamente detto, cioè a quello perenne, e non alla neve che ogni anno
si accumula sulla superficie del ghiacciaio. Se consideriamo (correttamente)
le Alpi come una 'banca dell'acqua', la fusione delle nevi corrisponde alla
liberazione degli interessi maturati nell'ultimo anno, la fusione del ghiaccio
invece è una erosione del capitale investito nel corso dei secoli:
anche se in antiche ere si sono verificate fasi di ritiro glaciale maggiori rispetto
a quella attuale, è certo che l'attuale regressione è la più accentuata
nel corso degli ultimi 5000 anni, come ci dice l'età del corpo di Oetzi,
coperto dai ghiacci del Similaun per questo periodo di tempo prima che la
fusione lo riportasse in superficie.

PERICOLO PERMAFROST
La fusione glaciale pone notevoli problemi di sicurezza, in primo luogo
per i fruitori delle aree glaciali: l'apertura di crepacci, il crollo di
pareti di ghiaccio, la destabilizzazione dei versanti è tra le cause (insieme
all'imperizia) del quadruplicamento degli interventi del soccorso alpino
nel corso dell'ultimo ventennio (benché sia diminuito il numero di escursionisti)

Il pericolo non è solo localizzato all'alta quota: le grandi frane di ghiaccio
e detriti e le onde di piena causate dai laghi effimeri di fusione (laghi
epiglaciali) nel momento in cui le fragili dighe naturali cedono sotto il
peso dell'acqua rappresentano una grave minaccia anche per i centri abitati
di fondovalle: si pensi che il lago epiglaciale formatosi sul ghiacciaio
del Rocciamelone contiene 400.000 metri cubi d'acqua, pronti a rotolare
a valle (in versante francese) alla fusione della lingua di ghiaccio e materiale
morenico che la mantiene ad alta quota.

Ma un nuovo pericolo deriva dal cosiddetto 'permafrost': si tratta di ghiaccio
invisibile, poiché è quello racchiuso fino a forti profondità nei terreni
e nelle rocce a quote superiori ai 2500 metri. Un problema avvertito soprattutto
in Svizzera, dove la 'regione del permafrost' è pari al 6% del territorio nazionale.
La fusione del permafrost trasforma le rocce e i versanti apparentemente
stabili in fanghiglia: dei 2000 km di impianti di risalita presenti sulle
Alpi Svizzere, almeno 100 km - pari a quasi trecento installazioni - sono
realizzati con piloni piantati su terreni interessati da permafrost.

La fusione del permafrost minaccia gli edifici e i rifugi realizzati in alta
quota, che in alcuni casi sono letteralmente sprofondati, così come le opere
per la protezione dalle valanghe, i cui pali di sostegno vengono divelti
quando il suolo cessa di essere stabile.
Inoltre, in occasione di forti piogge ad alta quota, la fusione del permafrost
può essere la causa scatenante di frane di grandissime proporzioni,
come probabilmente è avvenuto per la frana che nel 1987 distrusse l'abitato
di Sant'Antonio Morignone in Alta Valtellina distaccandosi dalla sommità
del Pizzo Coppetto. L'insidia del permafrost è pericolosa soprattutto
perché riguarda versanti che, nella storia dell'umanità,
sono stati sempre considerati 'sicuri' ed estranei
al rischio di dissesti. (CIPRA Italia, 6 dicembre 2003)
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