Gli scienziati pazzi dell'agroalimentare
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From: Uff. EPS To:
ernesto burgio
Sent: Monday, December 29, 2003 11:45 AM

Gli scienziati pazzi dell'agroalimentare
tratto dal sito di Kontrokultura
François Dufour

La fine del millennio vede crescere, inattesa, una "grande paura": quella dell'alimentazione quotidiana.
- Dalla "mucca pazza" al pollo alla diossina, passando per il bovino agli ormoni, la soia transgenica, le farine agli estratti di cadavere per gli animali da macello o i pesci d'allevamento, fino all'acqua minerale e alla Coca-Cola contaminate, la lista dei prodotti di consumo adulterati si allunga.
- Un filo rosso collega queste aberrazioni: la ricerca del massimo profitto da parte delle multinazionali dell'agroalimentare che stanno trasformando l'agricoltura in un'industria che non lascia più spazio al contadino.
Il 25 giugno scorso, i ministri dell'ambiente dell'Unione europea, dopo accese discussioni, hanno deciso una moratoria parziale per i cibi transgenici. Il progetto di direttiva che dovrà essere approvato dal nuovo Parlamento europeo e dovrebbe entrare in vigore nel 2001 stabilisce che i nuovi Ogm (Orgamismi geneticamente modificati) non abbiano più autorizzazione illimitata, ma siano riesaminati con scadenza decennale. Decisa anche l'etichettatura dei cibi transgenici, con la ricostruzione dei "percorsi", dal prodotto agricolo fino a quello trasformato. Un piccolo passo nella giusta direzione, secondo alcuni. Un compromesso insufficiente, secondo chi ritiene che è l'intera logica di funzionamento del sistema agroalimentare che deve essere cambiata.
La crisi nell'industria agroalimentare belga, aggravata dal problema del pollo alla diossina, rimette in discussione gli orientamenti di una politica agricola comune (Pac) la cui sola ambizione sembra essere quella di adeguarsi alla globalizzazione. Quando, negli anni '80, le lobby agroindustriali britanniche, decise ad abbassare in ogni modo i loro costi di produzione, liberalizzarono il settore della carne bovina, non si aspettavano conseguenze tanto disastrose sulla salute.
Eppure i ricercatori microbiologi hanno da tempo dimostrato che, se si concentrano gli animali, l'industrializzazione dell'allevamento concentra anche elementi patogeni e rischi.
Si sa che le salmonelle, facilmente presenti nella filiera avicola, sono all'origine dell'80 % delle infezioni tossiche collettive di origine alimentare censite in Francia. D'altra parte, le batterie diventano sempre più resistenti agli antibiotici usati in quantità eccessiva, con i conseguenti, intuibili, inconvenienti nel trattamento delle malattie infettive. Il comitato direttivo scientifico dell'Unione europea (formato da 16 esperti indipendenti) ha, al riguardo, pubblicato un rapporto nel quale ne chiede la proibizione. Il comitato, fino ad oggi, non ha trovato udienza a Bruxelles, dove però sarà organizzata, su questo argomento, una conferenza scientifica internazionale il prossimo 20 luglio. E' bene ricordare che questo settore del mercato farmaceutico mondiale rappresenta circa 250 miliardi di dollari
Quanto all'uso oggi messo sotto accusa con grande clamore delle farine animali incorporate come proteine nell'alimentazione del bestiame per equilibrare le razioni, non è cosa nuova. L'allevamento intensivo industriale ha costruito la sua potenza e la sua strategia di conquista dei mercati mondiali attingendo da una fonte inesauribile: i rifiuti riciclati dei mattatoi che diventano cibo per animali .
La ricerca del minor costo per il maggior profitto ha portato i responsabili dei grandi gruppi di produttori di farine a rifiutare in modo sistematico le norme pubbliche di trasparenza (tracciabilità) e d'informazione agli allevatori sulle caratteristiche e la composizione dei prodotti forniti.
Nel luglio 1996, la Confederazione contadina ha presentato la prima querela contro ignoti per la questione dell'Esb, ma la giustizia è lenta. I poteri pubblici francesi ed europei, talvolta così pronti nell'adottare delle misure, anche legislative, lo sono molto meno nell'applicarle e nel farle rispettare.
Lo scandalo della carne contaminata con la diossina, sostanza altamente cancerogena e presente a forti dosi in alcuni alimenti per il bestiame (come quello, ancora d'attualità, dell'Esb), rivela una volta di più, malgrado i discorsi rassicuranti di cui i governi sono prodighi, il lassismo, se non la complicità, degli organi dello stato nei confronti del potere finanziario.
Il forte aumento delle "paure alimentari" porterà a pesanti ripercussioni sugli allevatori di pollame, suini, ma anche bovini: distruzione degli allevamenti interessati, diminuzione dei prezzi, revisione unilaterale dei contratti di produzione per gli allevatori legati a industrie produttrici di alimenti. Ma, dopo la diossina, altri pericoli incombono, come, ad esempio,
- quelli legati all'accumulo di metalli pesanti nel suolo a causa dell'irrorazione con fanghi di depurazione,
- né si può dimenticare che sono ancora sconosciute, sia a livello dell'ambiente che della salute, le conseguenze delle manipolazioni genetiche su animali e vegetali.
Finora le istanze comunitarie hanno resistito alla pressione delle industrie farmaceutiche che vogliono imporre gli ormoni da latte e da animali, anche se si sa bene che il Belgio è un crocevia per il traffico di questi ormoni in Europa. Ma gli Stati uniti, decisi ad esportare a qualunque costo la loro carne bovina agli ormoni nei paesi dei Quindici, hanno già segnato importanti punti a loro favore all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), la quale non si preoccupa minimamente della salute pubblica . Gli europei, come punizione del loro rifiuto, sono costretti a pagare 253 milioni di dollari, sotto forma di aumento dei diritti doganali su alcune loro esportazioni destinate agli Stati uniti (202 milioni) e al Canada (51 milioni). La Commissione europea non si oppone affatto al principio di queste sanzioni, si limita a cavillare sull'ammontare della cifra. Rifiuta di invocare il Principio di Precauzionale per altro esplicitamente previsto dall'accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie concluso nel 1994 durante il ciclo dell'Uruguay dell'Accordo generale su tariffe doganali e commercio (Gatt) col pretesto che Washington potrebbe considerarlo una provocazione!
Come si è visto nel febbraio 1999 a Cartagena (Colombia), un altro importante scontro commerciale si delinea tra i paesi che producono e commercializzano vegetali modificati geneticamente (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Stati uniti, Messico) e l'Europa, dove, dal 1994, soltanto nove varietà hanno ricevuto l'autorizzazione ad essere coltivate e importate. Ma è soltanto la pressione dei consumatori e dei movimenti dei cittadini europei che ha impedito, fino ad ora, alla Commissione e alla maggioranza dei governi la totale liberalizzazione del commercio degli organismi geneticamente modificati (Ogm), questi nuovi strumenti di appropriazione di semi e piante da parte di alcune multinazionali: Novartis, Monsanto, Pioneer-DuPont, Agrevo, ecc. Da quando esiste l'agricoltura, i contadini seminano i campi con i prodotti del proprio raccolto. Sono loro che, da millenni, selezionano e adattano le piante in funzione delle loro necessità e delle caratteristiche dell'ambiente. Oggi, i grandi gruppi di produttori di sementi hanno selezionato semi ibridi, le cui caratteristiche li rendono particolarmente adatti all'agricoltura intensiva. Questi ibridi non si riseminano, mentre le piante autogame come grano, orzo e colza, sono riutilizzate nel 50 % dei casi. Evidentemente i produttori di semi non hanno interesse a che i contadini possano riseminare i campi a partire dai propri raccolti. Tentano di convincerli che le manipolazioni genetiche procureranno loro grossi margini di guadagno. Questa affermazione costituisce prima di tutto un inganno intellettuale, perché postula che l'agricoltura intensiva, forte consumatrice di input, pesticidi e fungicidi di ogni tipo, sia il solo modello atto a soddisfare le necessità dell'uomo. Al contrario, sono molti i contadini che sviluppano altri tipi di produzione (in particolare l'agricoltura biologica) altrettanto competitivi, ma rispettosi della natura e dei consumatori. Inoltre è un inganno economico, perché lasciare i semi nelle mani di alcune multinazionali, per i contadini vuol dire accettare un'integrazione sempre maggiore nel complesso genetico- industriale.
I rischi, per la salute e l'ambiente, della messa a coltura di piante manipolate geneticamente costituiscono l'oggetto di serrati dibattiti tra gli scienziati. E la tendenza è alla prudenza più estrema, in particolare dopo che molti studi hanno dimostrato gli effetti nocivi, sulle farfalle, del mais transgenico Bt (cioè portatore della tossina del Bacillus thuringiensis che rende la pianta resistente ad un insetto detto piralide n.d.t.), prodotto da Monsanto, Novartis e Pioneer, di cui i governi tedesco, spagnolo e francese, giocando agli apprendisti stregoni, hanno autorizzato la commercializzazione.
L’agricoltura europea ostaggio USA: l’impasse farine animali/OGM
Dopo la questione della diossina, la maggioranza dei ministri dell'agricoltura dei Quindici non ha dato seguito alla richiesta francese di proibizione delle farine animali, perché si pone il problema delle soluzioni di ricambio con proteine vegetali. L'Europa, che ha fatto la triste scelta dello sviluppo di cereali a basso prezzo destinati al mercato mondiale, è fortemente deficitaria di vegetali ricchi di proteine e amidi e soprattutto di piante oleose: nella campagna commerciale 1996-97, il suo tasso di autosufficienza per colza, girasole e soia raggiungeva solo il 22% . E ciò per evidenti ragioni: durante i negoziati del Gatt del 1993, ha ottemperato alle esigenze di Washington accentando di limitare a 5,482 milioni di ettari la superficie da coltivare a piante oleose, così da garantire all'agrobusiness americano uno sbocco illimitato per i suoi panelli di soia e per i prodotti di sostituzione dei cereali, che entrano nella Comunità esenti da ogni diritto doganale. E' dunque agli Stati uniti e ai paesi latino-americani che per un'eventuale sostituzione delle farine animali i contadini europei dovranno rivolgersi per l'approvvigionamento. Cioè a paesi dove gli Ogm sono coltivati su milioni di ettari (secondo fonti specializzate, il 40 % della soia e il 20 % del mais americani sono transgenici) e dove le multinazionali si rifiutano di creare filiere di imballaggio e di commercializzazione separate tra Ogm e non Ogm.
In altre parole, in mancanza di una chiara etichettatura per l'alimentazione sia degli uomini che degli animali, ai consumatori e ai contadini, presi in ostaggio, non rimane che scegliere tra la peste delle farine animali e il colera degli Ogm. Al di là del sostegno dato dalla Francia, il 24 giugno, alla proposta greca di sospendere ogni nuova immissione di Ogm sul mercato a livello europeo, le associazioni (France Nature Environnement, Greenpeace, Attac, ecc.) chiedono una moratoria sulla coltivazione e la commercializzazione delle tecnologie genetiche e l'applicazione del Principio di Precauzione.
Ma la gran parte dei produttori dipende dalle grandi industrie sul piano tecnologico, economico e finanziario, e ha, quindi, uno scarso margine di manovra.
L'industria si è impadronita del contadino imponendogli le proprie regole per la produzione di materie prime a basso costo, facendo di lui una cavia che si getta alle ortiche quando non rende più.
La fame nel mondo non è un problema che si risolverà grazie alle tecnologie genetiche. La sua soluzione passa unicamente attraverso la sovranità alimentare, vale a dire attraverso il rafforzamento e l'autonomia politica dei paesi in via di sviluppo, attraverso il riconoscimento del loro diritto a proteggersi da importazioni sleali e dal dumpinIg economico, sociale, ecologico dei paesi ricchi.
E' bene dunque orientarsi verso
-un'agricoltura che metta al centro delle sue preoccupazioni la dimensione sociale, territoriale ed ambientale -non verso un'agricoltura duale che fornirebbe ai poveri una grande abbondanza di pessimo cibo, prodotto da pochi contadini ricchi, e ai ricchi un'alimentazione di qualità fornita da contadini poveri.
Mettere la Pac, come fa la Commissione europea, al servizio della "vocazione esportatrice dell'agricoltura europea", è una decisione che nasce da una grave confusione tra due mercati di natura fondamentalmente opposta:
- quello dei prodotti di base (polvere di latte, cereali, carni bianche e scarti di carni rosse)
- quello dei prodotti elaborati e a forte valore aggiunto.
Il mercato mondiale dei prodotti di base è alimentato dalle eccedenze agricole dei grandi (Unione europea, Canada, Stati uniti). I corsi di questo mercato sono estremamente bassi e lo resteranno a lungo, se si dà credito ad un recente rapporto della Banca mondiale: prezzo del latte compreso tra le 225 e le 300 lire al litro; un chilo di maiale tra le 450 e le 690 lire e di bovino giovane a 1.300 lire. Per produrre a costi così bassi, è necessario eliminare ogni vincolo nella produzione e annullare ogni limite: luoghi di produzione giganteschi, terre e aiuti pubblici accaparrati da pochi agromanager.
Il mercato dei prodotti elaborati o a forte valore aggiunto obbedisce a regole del tutto diverse.
I contadini, anche se ognuno di loro ricerca la produttività, non lo affrontano direttamente.
Le produzioni sono in genere molto ben inquadrate e rispondono ad un mansionario che distribuisce con precisione i compiti: vengono realizzate in ben identificate zone geografiche e permettono di valorizzare le competenze; concorrono ad una vera economia locale che nasce dal valore aggiunto. Questa agricoltura è l'unica soluzione per un tipo di sviluppo basato sulla cieca mondializzazione degli scambi.
Le catastrofi della "mucca pazza" e del pollo alla diossina rischiano di essere solo il preludio di altri disastri, se non si forma un ampio fronte, costituito da contadini, consumatori e movimenti di cittadini, uniti nel rifiutare questa forma di dittatura dei mercati rappresentata dalla onnipotenza delle transnazionali agroalimentari e chimiche.
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