Invito a leggere L’Ecologist Italiano di cui segnalo (testi integrali da diffondere, riportati in fondo al messaggio in quanto il collegamento ipertestuale non passa in lista):

Campi elettromagnetici e salute
L’Ecologist n° 4, aprile 2006

La rivolta dei virus
L’Ecologist n° 4, aprile 2006

Un ambientalismo affrontato in modo diverso tentando di mostrare quanto sta solitamente dietro le quinte che non deve rimanere avulso dalle tematiche sociali e che ritroviamo negli stili di vita naturalisti che non debbono essere proprietà solo dei più abbienti. Conoscenza semplificata ed accessibile, per capire senza intermediari, quella così difficile da raggiungere in quanto tenuta ben stretta, come bagaglio esclusivo di pochi eletti. Questo ho trovato nella rivista/libro a cui mi sono avvicinata scambiando documentazione e materiale informativo con chi ne ha avuto pubblicato un articolo partendo semplicemente ponendosi un quesito a cui non ha trovato risposta nei siti delle associazioni ambientaliste. In questo caso parlo di elettrosmog, ma sicuramente l’esempio può essere esportato ad altre situazioni e far sì che questa pubblicazione possa costituire un volano per la distribuzione dell’informazione alternativa, quella che altrimenti non passa. <<Cosa presentare a chi, digiuno di elettrosmog, vorrebbe capire velocemente qualcosa in più sui cellulari visto il loro impatto massivo nella vita di tanti, soprattutto giovani?>> Un vademecum tascabile e sintetico che passi da un’analisi degli aspetti sanitari più significativi e comprensibili ad uno sguardo sulla normativa che dimentica il cittadino individuando le possibilità di intervento sociale, a come utilizzare il cellulare con la massima precauzione (accorgimenti pratici, che spesso non si conoscono, da mettere a disposizione di tutti, visto la <<dimenticanza voluta>> di etichette poste sulla confezione in tal senso). Insomma qualche indicazione su quanto sembrerebbe ovvio sapere, ma che non ci viene detto nemmeno dalle nostre amiche associazioni ambientaliste (?).

Scontrarsi con le antenne è possibile, ma con il <<santo cellulare>>, no. Quindi diventa coraggioso chi lo fa, andando contro corrente.

Auspicabile un incontro tra i <<saperi>> da passato a presente/futuro.

Visto che si parla di passato, mi rivengono in mente le mie radici contadine e la disobbedienza civile praticata in sanatorio da malati terminali di TBC, in pigiama, tra loro anche mio padre: comodini e sedie buttati giù dalle scale contro la forza dell’ordine <<armata>> con getti violenti d’acqua. Sì, si può dire <<sparare>> perchè in questo caso e per tale malattia, un simile attacco, significava fisicamente la possibilità di togliere il respiro ...... semplicemente, togliere la vita ........... Loro lo sapevano e qualcuno è morto, ma stavano lì a chiedere il diritto di cura, allora la penicellina costava troppo, era solo per chi se la poteva permettere, per gli altri comunque ....... la morte, lenta.

Ciao Angela

 

 

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Campi elettromagnetici (CEM) e salute

 

Sempre più frequentemente cittadini preoccupati e inquieti chiedono al medico informazioni e rassicurazioni sui possibili effetti per la propria salute di alcune tecnologie innovative ed altamente invasive (campi elettromagnetici, biotecnologie genetiche, nanotecnologie).

Tecnologie che hanno prepotentemente cambiato in pochi anni la nostra vita e sembrano in grado di trasformare in modo radicale e imprevedibile tanto l’ambiente, quanto i delicati meccanismi ed equilibri metabolici degli esseri viventi, frutto di milioni di anni di lenti adattamenti evolutivi. Sarebbe difficile negare che a questo enorme sviluppo tecnologico non sempre si accompagnano un’adeguata crescita scientifico-culturale ed una sufficiente capacità/volontà di valutazione dell’impatto ambientale/sanitario e di prevenzione del danno. Per questo motivo eminenti scienziati ed ecologi cercano da anni di mettere in guardia nei confronti di quello che rischia di trasformarsi in un gigantesco esperimento planetario, pericoloso in proporzione alla nostra ignoranza dei complessi equilibri eco-sistemici propri dei singoli esseri viventi e dell’intera biosfera. Fra i tanti argomenti che provocano inquietudine e dibattiti accesi un posto di rilievo ha assunto il tema dell’inquinamento elettromagnetico, legato essenzialmente alla diffusione vertiginosa della telefonia cellulare.

Neppure l’altra vexataquaestio ambientale/sanitaria del momento, la problematica OGM/biotech genetico, ha suscitato un dibattito altrettanto acceso tanto in campo scientifico, che in ambito divulgativo/mediatico (con un impatto assolutamente irrilevante tanto sulle vendite – anzi aumentate – che sulle disposizioni pubbliche).E come già in altri simili frangenti - benzene, amianto, diossine, BSE - mentre “apocalittici e integrati”, ottimisti e catastrofisti ad oltranza si accusano a vicenda di allarmismo ingiustificato e di complicità con le corporations, comuni cittadini e addetti ai lavori (medici, biologi, giornalisti) incontrano enormi difficoltà a orientarsi e a documentarsi sul problema. E questo per almeno due ordini di motivi: perché si tratta di valutazioni difficili e complesse e perché sono in gioco enormi interessi economici che rischiano di condizionarle pesantemente. Per affrontare in modo corretto e approfondito un argomento così controverso, bisognerebbe avere molto spazio a disposizione. Ci limiteremo quindi a tracciare un breve quadro orientativo.

La moda del cellulare è dilagata in tutto il mondo in pochissimi anni e accomuna veramente tutti, a Nord come a Sud: donne e uomini, bambini e adulti, ricchi e  poveri… con l’esclusione dei poverissimi e forse di alcuni ultra-ricchi e di una sempre più esigua minoranza di resistenti, che non accettano di essere costretti a dipendere, per evitare l’esclusione dal circuito della comunicazione dominante, da questo minuscolo congegno che ancora 15 anni fa sarebbe sembrato roba da fantascienza e che ancora cinque anni fa era oggetto di commenti ironici.

Pare che gli utenti siano circa 2 miliardi, come a dire un sapiens sapiens su tre; che in Italia ci sia già più di un cellulare a testa; che manager e vip non possano averne meno di tre. Per quanto concerne i nostri ragazzi il 90% dei 14/18-enni, pur dovendo in genere accontentarsi di uno, lo tiene acceso anche a scuola e di notte sul comodino e passa buona parte del proprio tempo a telefonare e soprattutto a digitare e leggere messaggini. Per non parlare delle torme di ragazzini preadolescenti di ambo i sessi che si aggirano in piccoli gruppi, per le strade delle nostra città, da Trento a Ragusa, armati di cellulare e pronti a premere tasti per comunicare con i lontani più che con i vicini.

Non suonano più il campanello dell’amico, perché l’sms (short messageservice) è molto meglio, come assicurano anche l’adolescentologo e il mass-mediologo: un sms è molto più creativo di un semplice trillo. Sui treni quasi nessuno legge più il giornale o scrive una lettera a mano: tutti digitano cortissime frasi in codice o comunicano ad alta voce i più intimi segreti della propria esistenza. Così anche lo psico-sociologo può gioire: perché il cellulare frantuma timidezze e barriere socioculturali, accrescendo la partecipazione, contribuendo a organizzare manifestazioni pre-elettorali contro governi bugiardi (vedi il caso spagnolo) e a coordinare campagne anticonsumistiche e marce pacifiste. E intanto, sui tetti dei palazzi, i ripetitori spuntano come funghi, anche perché chi accetta di installarli riceve un bel gruzzolo dalle ditte di telefonia mobile e si avvantaggia della zona d’ombra dell’antenna, mentre le onde più intense investono i palazzi circostanti.

Soltanto qualche resistente ad oltranza  si ostina ad avanzare critiche, che non sembrano impensierire più di tanto gli affezionati utenti: i telefonini sarebbero pericolosi strumenti di controllo sociale, induttori di psico-dipendenza e di una nuova mania, perniciosa ed ultrainvasiva, causa di inaridimento dei rapporti umani, di pigrizia mentale e fisica e persino di un progressivo distacco dalla lingua italiana (gli sms, tanto amati dagli adolescenti, destrutturano il loro linguaggio, riducendo a segni le parole e impoverendo i ragionamenti). Senza dimenticare i danni per l’ambiente (inutile spreco di risorse, proliferazione di rifiuti elettronici) e per la salute (stress cronico, elettrosmog attivo e passivo…)… visto che qualcuno di questi nostalgici dei tempi andati, di quando in ogni bar ed angolo di strada si poteva trovare un telefono funzionante, si spinge fino a sostenere che l’uso prolungato del cellulare potrebbe indurre fenomeni di straniamento dal reale, in tutto simili all’ipnosi, e che in Danimarca è stato già aperto un reparto ospedaliero per la cura dalla dipendenza dal telefonino (in particolare dagli sms).

Bisogna dire che la gran parte degli utenti non sembra prestare soverchia attenzione alle insinuazioni di questi pervicaci neo-luddisti. Tanto più che è opinione dominante che le vere fonti di inquinamento siano altre: a cominciare dalle migliaia di molecole di sintesi, molte delle quali sicuramente tossiche, sospese nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nel cibo che siamo costretti a ingurgitare ogni giorno e che irritano le nostre mucose respiratore e gastrointestinali, tengono in allarme continuo i nostri macrofagi e linfociti, spingono le nostre cellule a produrre e liberare citochine e neuromediatori, adrenalina e serotonina, costringono le aggrovigliate spirali del nostro DNA a continui riadattamenti e riparazioni. Tanto più che la stragrande maggioranza degli esperti sostiene che persino il termine elettrosmog sia del tutto antiscientifico; che le indagini epidemiologiche più serie hanno, al limite, documentato la pericolosità di alcune stazioni emittenti radiotelevisive e degli elettrodotti posti nel bel mezzo dei centri abitati, mentre non c’è alcuna prova certa che un uso sensato dei cellulari possa arrecare seri danni alla salute.

Ma la sparuta schiera degli “irriducibili“ non demorde e seguita a parlare di inquinamento da elettrosmog attivo e passivo, sostenendo: che ogni passaggio di energia determinerebbe nello spazio circostante un’alterazione dei valori del campo elettromagnetico naturale; che per la prima volta nella storia dell’umanità milioni di persone sarebbero sottoposte a campi elettromagnetici ad altissima frequenza ed intensità, per 24 ore al giorno e per 365 giorni l’anno; che gli abitanti di una qualsiasi città moderna sarebbero letteralmente trafitti da quantità di onde elettromagnetiche per metro quadro “da un milione a un miliardo di volte più alte che nel 1950”. E che in questo pre-apocalittico contesto proprio la telefonia mobile rappresenterebbe la minaccia più concreta, dal momento che in pochi anni, con la connivenza degli enti locali, i gestori hanno potuto coprire di antenne l’intero territorio nazionale (non a caso si è spesso parlato di “antenna selvaggia”) e che i singoli telefonini cellulari emettono radiazioni non ionizzanti nel campo delle microonde fra 900 e 1.800 MZ (megahertz), frequenze simili alle emissioni delle antenne radio-televisive e maggiori rispetto a quelle di forni a microonde, stazioni satellitari e radar.

E intanto si estende a vista d’occhio la rete ancor più fitta dei ripetitori Umts, necessari ad alimentare la terza, emergente generazione di telefonini: quelli che oltre alle normali telefonate e all’invio di sms permettono collegamenti a internet, video-telefonate, invio di e-mail, fax e fotografie, raccolte dati e visione di programmi televisivi… e che per funzionare a dovere devono trasmettere a frequenze notevolmente più elevate, intorno ai 2450 megahertz (che, secondo alcuni recenti studi, potrebbero spezzare le delicate spirali del DNA). Senza contare che, mentre taluni “esperti” si ostinano a negare e a gettare acqua sul fuoco, chi abita nei pressi di impianti di telefonia mobile soffre con sempre maggior frequenza di mal di testa, nervosismo, insonnia e persino di attacchi di panico e che alcuni medici sostengono che l’elettrosmog esiste ed è causa di sterilità, aborti, impotenza, patologia immunomediata e tumori (leucemie, linfomi non-Hodgkin, tumori cerebrali).

Insomma la contrapposizione tra apocalittici/luddisti e cellularisti/massificati va avanti ad oltranza da anni; gli esperti dicono tutto e il contrario di tutto, contraddicendosi e smentendosi a vicenda; i comitati anti-elettrosmog cercano vanamente di rallentare l’avanzata trionfale di “antenna selvaggia”; le normative sono carenti, permissive, contraddittorie e gli enti di controllo non hanno strumenti sufficienti a farle rispettare, anche a causa dei pesanti condizionamenti, che nel caso dei CEM sono particolarmente rilevanti, vista l’enormità del business collegato all’espansione vertiginosa e planetaria della telefonia mobile e ai relativi investimenti.

 

La valutazione dei possibili danni sulla salute umana

Per mettere un minimo d’ordine in una materia che appare oggettivamente ingarbugliata, dobbiamo prima di tutto sottolineare un problema di fondo: quello dell’oggettiva difficoltà di valutazione di impatto sanitario di  questa come di molte altre possibili noxae ambientali. Difficoltà legata essenzialmente al fatto che le popolazioni oggetto d’indagine sono sottoposte all’azione “simultanea” di molti agenti nocivi; all’inevitabile interazione tra questi, con possibile reciproco potenziamento della tossicità; al tempo di latenza, spesso lungo e comunque imprevedibile, decorrente tra l’esposizione all’agente patogeno e la comparsa di effetti e sintomi; ai meccanismi d’azione complessi propri delle singole noxae, che possono alterare i meccanismi e i sistemi di regolazione (neuro-endocrina) propri degli organismi superiori o interferire direttamente sul DNA e sui meccanismi dell’espressione genica. Difficoltà legate al fatto che, per i diversi tipi di interazioni che le radiazioni hanno con gli esseri viventi, esistono soglie diverse di pericolosità della stessa radiazione, sia nel caso di assorbimento immediato, sia in relazione all’accumulo nel tempo di dosi anche molto modeste.

Tutto questo significa essenzialmente una cosa. Anche se sussiste il dato incontestabile, nei paesi ad alto tenore di vita, di un aumento costante, negli ultimi decenni, tanto della patologia neoplastica, che di quella disreattiva e immuno-mediata (allergica sensustricto; autoimmune ecc.); malgrado la verosimiglianza di un nesso causale esistente tra questi dati e l’enorme incremento degli inquinanti ambientali neuro-endocrino-immuno-lesivi e genotossici… permane la difficoltà di dimostrare rapporti di diretta casualità tra l’esposizione ad una singola noxa e l’incremento di una specifica patologia.

Per quanto concerne il problema specifico dell’inquinamento elettromagnetico, dobbiamo prima di tutto  chiederci se abbia senso parlare di elettrosmog.
Cominciamo col dire che bisogna distinguere, nell’ambito dello spettro elettromagnetico due grandi sezioni: quella delle radiazioni ionizzanti, dotate di frequenza talmente elevata, da ionizzare la materia a prescindere dalla loro intensità, e quello delle radiazioni non ionizzanti (NIR).

Arcinota e ben documentata è la pericolosità delle prime, costituite di  particelle/onde elettromagnetiche dotate di energia sufficiente a “strappare” gli elettroni dei livelli atomici più esterni ed a rompere i legami chimici che tengono insieme le molecole.

Colpiti da radiazioni ionizzanti gli atomi si caricano elettricamente, ionizzandosi: ed è facile intuire che, se le trasformazioni atomiche e i successivi arrangiamenti molecolari avvengono nel cuore delle cellule e riguardano la struttura stessa degli acidi nucleici o i processi di trascrizione e traduzione del programma genetico, i risultati possono essere rotture cromosomiche, mutazioni, traslocazione ed errori di trascrizione e traduzione. Da cui i ben noti effetti teratogeni e cancerogeni secondari all’esposizione dei tessuti animali a raggi X,  raggi gamma, particelle alfa e beta, raggi cosmici (anche in campo sanitario: in relazione all’utilizzo di tecniche diagnostico-terapeutiche che sfruttano appunto l’interazione tra radiazioni elettromagnetiche ionizzanti e gli organi del corpo umano).

Ugualmente diffuso, ma certamente non altrettanto corretto, è l’assioma secondo cui le NIR non avrebbero effetti collaterali particolarmente gravi: e questo non solo e non tanto perché la radiazione ultravioletta, pur non essendo ionizzante, è notoriamente cancerogena, ma anche perché con il rapido diffondersi di fonti di emissione di NIR, si vanno accumulando dati e osservazioni che già documentano notevoli effetti a breve termine e che, soprattutto, fanno temere possibili effetti a medio-lungo termine, difficilmente  rilevabili con le comuni indagini epidemiologiche. Il problema dei campi elettromagnetici da NIR è infatti recente, essendo la diretta conseguenza della rapida espansione in tutto il mondo di una vera e propria ragnatela: prima di impianti elettrici, cabine di trasformazione ed elettrodotti che generano campi elettromagnetici (CEM) a bassa frequenza (50-60 Hz); poi di ripetitori radio-televisivi, impianti radar e stazione radio base per la telefonia mobile che generano CEM ad alta frequenza (100 KHz, 300 GHz). E’ facile riconoscere come si tratti di una forma di inquinamento particolarmente pericolosa, perché subdola, non essendo in linea di massima direttamente percepibile; praticamente ubiqua e particolarmente persistente nel tempo.

Semplificando al massimo potremmo riassumere lo stato attuale delle nostre conoscenze in materia in questi termini. Da almeno tre decenni è nota e documentata la pericolosità dei campi elettromagnetici a bassa frequenza (50-60 Hz) e alta intensità: in particolare si è registrato un notevole aumento di casi di leucemia linfoblastica in bambini e di leucemia linfatica cronica in adulti residenti in prossimità di elettrodotti e/o esposti professionalmente a CEM ricadenti nella regione delle cosiddette frequenze ELF (ExtremelyLowFrequencies: inferiori a 300 Hz).

Questo ha spinto l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC)a inserire i CEM a bassa frequenza nel Gruppo 2B, tra gli agenti possibilmente cancerogeni. Per quanto concerne i CEM ad alta frequenza i dati sono indubbiamente più controversi. In relazione al possibile effetto cancerogeno delle radiazioni elettromagnetiche emesse dai ripetitori radiotelevisivi sulle popolazioni residenti, il caso più noto è quello di Radio Vaticana, nell’ambito del quale vari studi hanno documentato un aumento significativo della morbilità e mortalità per leucemia e linfomi nella popolazione maschile residente, con dati particolarmente drammatici per quanto concerne la popolazione infantile e con una significativa diminuzione del rischio con l’aumento della distanza dalla stazione (i dati, probabilmente sottostimati, in relazione a scelte discusse per ciò che concerne la popolazione di riferimento, attestarono un eccesso di casi pari a circa tre volte l’incidenza attesa in un raggio di 4 km dalla stazione e dati significativi fino a circa 6 km di distanza).

Ma la massima preoccupazione riguarda indubbiamente la telefonia mobile, in relazione tanto al proliferare delle antenne rice-trasmittenti (che a differenza degli elettrodotti sono nel cuore stesso dei centri abitati e che sono molto più numerose dei ripetitori radiotelevisivi),quanto al proliferare (sic) dei cellulari di prima-seconda-terza generazione.

Anche in questo caso potremmo semplificare al massimo il discorso ricordando come fino ad alcuni anni fa sembravano prevalere le posizioni ottimistiche, tendenti ad escludere gli effetti patogeni più gravi e ad avvalorare la tesi secondo cui gli unici effetti documentabili dei CEM ad alta frequenza sarebbero quelli connessi al riscaldamento dei tessuti corporei per esposizione diretta, intensa e prolungata.

L’unico dato di un certo rilievo sembrava essere, infatti, l’aumento di permeabilità della barriera emato-cerebrale (che potrebbe favorire il passaggio all’interno del sistema nervoso centrale di macro-molecole tossiche o comunque dannose, abitualmente escluse).

Ma una serie di indagini condotte negli anni Novanta ha dimostrato come l’esposizione prolungata a radiazioni di frequenza analoga a quella emessa dai telefoni cellulari sia in grado di indurre analoghe variazioni di permeabilità della barriera, anche in assenza di riscaldamento. Ulteriori studi hanno poi documentato la possibile attivazione di proteine da shock termico nelle cellule endoteliali umane per azione delle radiazioni a 900 MHz (utilizzate dalla telefonia GSM) di bassa intensità (tale da non provocare il riscaldamento dei tessuti).

Nel 2003 alcuni ricercatori dell'Università di Tel Aviv dimostrarono come, irradiando cellule linfatiche umane con livelli di campo elettromagnetico comparabili a quelli raccomandati per la telefonia mobile, si determini – anche in assenza di effetto termico - l’insorgenza in numerose cellule di aneuploidia, sbilanciamento del corredo cromosomico che costituisce una condizione pre-disponente alla trasformazione neoplastica. Nel 2004 i ricercatori del prestigiosoKarolinskaIstitute di Stoccolma, dimostrarono che un’esposizione moderata, ma protratta per almeno dieci anni alle radiazioni emesse da cellulari quadruplicherebbe il rischio di insorgenza di neurinomi del nervo acustico. Mentre alcuni ricercatori dell'Università di Seattle, dimostrarono come l'esposizione di alcune cavie per circa 24 ore a campi magnetici di 10 microTesla, provochi, nelle loro cellule cerebrali, rotture del DNA, aumento dell'apoptosi (morte cellulare programmata), e fenomeni di necrosi. E come tali effetti siano cumulativi, aumentando con la durata dell'esposizione. Dati di grande rilievo sono anche quelli inerenti ad una ricerca recentemente finanziata dalla Ue: lo studio Reflex che ha coinvolto, nel periodo compreso tra il primo febbraio 2000 e il 31 maggio 2004, una dozzina tra istituti di ricerca e università di tutta Europa. I dati ottenuti hanno dimostrato come i CEM a bassa e bassissima frequenza, prodotti dalle armoniche dovute alle compressioni digitali dei segnali della telefonia mobile (80-120 Hz) abbiano effetti genotossici su colture di fibroplasti umani e su altre altre linee cellulari, con una forte correlazione tra l’intensità e la durata dell’esposizione e l’aumento delle rotture delle catene semplici e doppie del Dna. Ma la ricerca ha anche dimostrato l’azione di attivazione diretta, svolta dai CEM, su gruppi di geni che hanno un ruolo nella divisione, proliferazione e differenziazione delle cellule. Dato estremamente interessante, che conferma le indagini condotte anni fa da alcuni ricercatori italiani su colture di fibroblasti in vitro, che documentarono analoghe reazioni “proliferative” in popolazioni di fibroblasti sottoposte a campi elettromagnetici di frequenza e intensità analoghe a quelli emessi dai comuni cellulari: dati che andranno valutati a fondo, visto che simili alterazioni proliferative sono tipiche delle popolazioni neoplastiche e delle cellule in procinto di degenerare.

Per quanto concerne infine l’impatto ambientale di una tecnologia come questa, che ha rapidamente invaso il pianeta, bisogna spendere quantomeno qualche parola sul tema dei rifiuti elettronici. Almeno per ricordare come fra i materiali necessari a produrre i cellulari uno dei più pericolosi sia il coltan: una sabbia nera radioattiva, ricca di uranio, che in Africa ha contribuito ad alimentare un’orribile guerra e a danneggiare ecosistemi unici. L’usa e getta applicato ai cellulari - come ad altri materiali elettronici – produce una categoria di rifiuti high-tech di difficilissimo smaltimento, che nella sola Italia ha già raggiunto le 50.000 tonnellate annue. I cimiteri di milioni e milioni di telefonini - irresponsabilmente gettati nella spazzatura - rappresentano un problema proprio perché alcune delle loro componenti (in particolare i metalli pesanti) possono durare in discarica migliaia di anni o passare, per incenerimento, nelle ceneri residue; se tali cenerinon sono inertizzate e se le discariche ove esse sono smaltite non dispongono di adeguati impianti di trattamento del percolato, possono passare nelle falde acquifere e quindi nella catena alimentare.

Persino le loro minuscole batterie rappresentano un problema in tal senso, visto che se ne gettano 900 tonnellate all’anno, e che anche in questo caso il passaggio all’Umts potrebbe peggiorare ulteriormente il quadro, visto che, con il nuovo sistema che richiede la connessione costante e provoca un maggiore stress delle batterie, il ricambio sarà ancora più veloce.

 

Che fare ? Elogio della rinuncia

Come abbiamo già detto la diatriba sull’uso del cellulare si presenta oggi prevalentemente come ideologica; ciò sarà fino a quando non saranno definitivamente dimostrate o escluse le potenzialità genotossiche e quindi cancerogene dei CEM. Bisognerebbe però ricordare che fino a pochissimi anni fa si viveva benissimo senza; il cellulare può facilitare i rapporti di lavoro, nel quadro di una vita più frenetica e meno autarchica, e aiutare in alcune emergenze. Tuttavia, nel complesso, si può ben dire che la qualità della vita non è realmente migliorata a seguito dell’abuso di questa invenzione. Mentre dovrebbe essere chiaro a tutti che, a meno che non si sia medici/chirurghi in zone remote o commessi viaggiatori o simili, il cellulare non è davvero necessario. Non c’è praticamente situazione in cui non si possa attendere qualche ora, prima che non si raggiunga il telefono d’ufficio o quello di casa; a meno che non ci si reputi tanto indispensabili da dover essere sempre rintracciabili. E si dovrebbe anche ricordare che, almeno a prestare ascolto a quanti non possiedono il telefonino o ne fanno un uso assolutamente sporadico/emergenziale, la vita senza cellulare potrebbe tornare ad essere più rilassata e più bella.

A questo punto, in un immaginario dibattito, quasi fatalmente si alzerebbe qualcuno a proclamare che il telefonino ha già salvato più di una vita in autostrada (dove in realtà ogni pochi km c’è o dovrebbe esserci un telefono di soccorso), oppure in montagna.. E qualcun altro risponderebbe, un po’ cinicamente, che le vite salvate in questo modo dal telefonino non sono certamente più numerose di quelle perse o annientate a causa della deprecabile e sempre più diffusa abitudine di parlare al cellulare o di digitare sms all’uscita di un tunnel. Appena il tempo di archiviare il battibecco che certamente ne nascerebbe, che si alzerebbe qualche genitore/genitrice ansiosa ed ansiogena per protestare che da quando i loro bambini o ragazzi tra i 4 e i 40 anni sono facilmente rintracciabili/controllabili, la vita dell’intera famiglia è più sicura e serena. Probabilmente a poco servirebbe rispondere loro che proprio per i più giovani pare ormai assodato che il cellulare sia seriamente dannoso per la salute, tanto che in alcuni paesi (tra cui la Gran Bretagna) il suo uso è vivamente sconsigliato al di sotto dei 16 anni. Inoltre, numerosi e dolorosi casi di cronaca dimostrano come, a meno di essere medici d’urgenza o pompieri o carabinieri, non siamo in grado di salvare la vita di nessuno grazie ad un cellulare (senza contare i tanti spaventi risparmiati per tutte le volte in cui, per le ragioni più differenti, il pargolo non risponde). 

Insomma non è certo con la paziente arte della persuasione che i dubbiosi e i resistenti possono sperare di convertire il popolo sempre più vasto dei telefonino-dipendenti. L’unico possibile punto di incontro o almeno di dialogo da proporre ai due schieramenti, deriverebbe dalla ricerca comune di una sorta di normativa d’uso, che consenta di trarre da questi sempre più indispensabili congegni di comunicazione hightech soltanto i benefici, limitando i danni per sé e per gli altri.

 

A questo scopo abbiamo pensato di concludere il nostro articolo con un piccolo, discreto decalogo: una breve lista di consigli, tratti – con alcune nostre aggiunte - dal meritorio lavoro del Comitato bolognese “Alberi non antenne”, ringraziando Angela Donati.

 

E infine, buono a sapersi…

Ernesto Burgio

Marinella Correggia

 

L’Ecologist n° 4, aprile 2006

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La rivolta dei virus

e il mistero H5N1

 

Le più importanti testate giornalistiche escono da mesi con titoli cubitali e le maggiori reti televisive mostrano da anni le tristi immagini dei falò di carcasse di polli ed anatre che illuminano le notti di Jakarta ed Hanoi e i mercati del Guandong brulicanti di uomini, maiali, volatili e… virus. Da quelle fiamme e povere baracche giungono fino a noi poche immagini disperate e confuse, che potrebbero essere le prime avvisaglie di un dramma planetario, che credevamo di non dover più vivere. E invece lo spettro di una terribile pandemia, la prima del III millennio dell’era cristiana, sembra davvero sul punto di materializzarsi: anche i bollettini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dei CDC di Atlanta – solitamente piuttosto cauti e rassicuranti - non sembrano lasciar dubbi e persino l’ONU preannuncia cifre da capogiro, tanto sul piano dei costi economici (parlando di una crisi finanziaria globale che potrebbe offuscare nella quella del ’29), che di quelli sanitari (delineando scenari apocalittici in confronto ai quali sarebbero le spaventose immagini del ‘18-‘19, della grande Pandemia di Spagnola, a passare in secondo piano). Ma quello che forse stupisce maggiormente la gente comune, abituata a pensare alle grandi epidemie come ad un lontano retaggio dei secoli bui, è che a seminare dolore, panico e morte potrebbe non essere uno di quei virus dai nomi inquietanti (Ebola, Marburg, Nipha, Hendra) che da decenni popolano romanzi e film ispirati al mito angosciante della cattiva scienza venduta al miglior offerente - uomini di governo, magnati texani, bioterroristi o agenti segreti più o meno deviati, certamente privi di scrupoli e affetti da delirio di onnipotenza – ma un banalissimo virus influenzale, senza nome e contrassegnato con una semplice, anonima sigla: H5N1. Come mai? E’ davvero una “Natura matrigna” a creare tali minuscoli agenti del Caos o proprio il disordinato Sviluppo umano è responsabile anche di questo possibile dramma planetario? Siamo certi che i virus siano soltanto questo: malefici agenti del disordine, contro cui solo una Scienza high-tech è in grado di difenderci? O ciascuno di noi può fare ancora qualcosa?

Per cercare di rispondere a domande simili partiamo da una data simbolica: il 1978, l’annus mirabilis della Sanità occidentale.

Prima di tutto perché fu l’anno della grande Conferenza Internazionale di Alma Ata, conclusasi con l’omonima, solenne Dichiarazione. Un documento concreto, siglando il quale i governi di tutto il mondo si impegnavano a investire risorse in prevenzione, promozione della salute ed assistenza sanitaria di base. La sua applicazione, anche soltanto parziale, avrebbe contribuito a risolvere molti dei problemi socio-sanitari che incombono: quali l’aumento esponenziale della patologia degenerativa, neoplastica e immuno-mediata nel I° Mondo e il drammatico ritorno di patologie infettive vecchie e nuove, dovute ad un impressionante assortimento di batteri, parassiti e virus resistenti ad antibiotici e chemioterapici, ed al continuo emergere di “nuovi” patogeni - virus, viroidi, prioni - che, per motivi insufficientemente indagati e chiariti, stanno abbandonando le comode nicchie eco-sistemiche, tissutali e genomiche nelle quali dormivano da milioni d’anni, per penetrare nel sangue, nei tessuti e nelle cellule di altre specie e in particolare di homo sapiens sapiens.

Ma il 1978 può essere definito annus mirabilis anche perché, al termine di una grandiosa campagna di vaccinazione, che rappresenta a tutt’oggi il risultato più importante del suo primo mezzo secolo di esistenza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità poté annunciare, almeno ufficiosamente (la dichiarazione ufficiale è del 1980), la definitiva scomparsa dalla scena, del peggior serial killer della storia umana: variola major, agente patogeno del vaiolo.

Erano infatti gli anni in cui, a seguito dei grandi risultati ottenuti in 3-4 decenni di antibiotico-terapia e di immuno-profilassi attiva di massa, si era diffusa in tutto il mondo (anche e soprattutto tra gli addetti ai lavori) la convinzione di una imminente e definitiva vittoria sui microbi. Tanto che in quello stesso anno il Direttore del Dipartimento della Sanità USA aveva dichiarato che era venuto il momento “di chiudere il capitolo delle malattie infettive” e lo storico della medicina Wilam Beveridge aveva pubblicato un libro, intitolato Influenza, the last great plague, nel quale si indicava la grande Spagnola come l’ultima grande pestilenza della storia umana.

Raramente nell’arco della storia umana, profezie furono più radicalmente e dolorosamente smentite dai fatti.

Per dare maggior significato e vigore al racconto è utile seguire la ricostruzione che di quel momento di crisis ci ha lasciato uno dei maggiori storici della medicina: Mirko Grmek.

Riflettendo sulla genesi del “flagello del nostro tempo”, in un libro prezioso, tradotto in italiano col titolo Aids, storia di un’epidemia attuale, Grmek scriveva: “Studiando l’apparizione dell’epidemia, la sua prophasis, si può restare sconcertati, o quantomeno stupiti, da tutta una serie di coincidenze cronologiche.

Nel 1978, l’uomo si trova per la prima volta in possesso dei mezzi concettuali e tecnici che gli permettono di identificare e di isolare un retrovirus umano patogeno. E proprio in quel momento ha avuto inizio la diffusione dell’Aids. Supporre che il virus dell’Aids sia nato, a causa di una brusca mutazione, in quel preciso momento, non significherebbe accordare un ruolo preciso al Caso, attribuendogli cioè una coincidenza tanto improbabile?

In ogni caso la scoperta di un secondo virus dell’Aids è venuta a dare il colpo di grazia ad ogni nostra residua esitazione: non è possibile sostenere l’ipotesi di due mutazioni aleatorie, parallele e indipendenti, che si sarebbero realizzate in tutta la storia dell’umanità proprio nel momento in cui, per la prima volta, si era in grado di registrarle. Aggiungiamo un’ulteriore coincidenza: il vaiolo, la malattia virale che fu, in passato, responsabile del maggior numero di morti tra gli uomini, si era spenta nel 1977; l’ultimo malato fu un africano, un somalo; e proprio dall’Africa sarebbe allora partito il germe che ne prende la successione… Non è che tutti gli eventi che abbiamo citato si condizionino a vicenda; piuttosto essi derivano tutti da una fonte comune: i progressi della medicina, o meglio, gli sconvolgimenti tecnologici che caratterizzano il mondo moderno. E’ grazie a questi progressi delle scienze e delle tecniche che gli uomini hanno sconfitto il vaiolo, messo a punto i metodi per lo studio dei retrovirus e, infine, spianato la strada alle devastazioni provocate da un germe con il quale, poco tempo prima vivevano in silenzioso equilibrio (il germe dell’Aids è un retrovirus estremamente mutevole, mantenuto in letargo dalla pressione della selezione naturale, che favoriva i ceppi poco virulenti).

La medicina vi ha contribuito sia attraverso la rottura della patocenosi, cioè sopprimendo delle malattie che sbarravano la strada all’Aids, sia facilitando la trasmissione del virus, in particolare grazie alle nuove modalità di contatto diretto con il sangue. Inoltre la tecnologia moderna è all’origine dell’incrocio delle popolazioni e della liberazione dei costumi, ulteriori fattori dell’emergere e del diffondersi dell’Aids. L’epidemia è insomma l’altra faccia della medaglia, il prezzo inatteso che dobbiamo pagare per avere perturbato così radicalmente equilibri ecologici millenari”.

Così si esprimeva, di fronte al progredire tumultuoso e inatteso dell’Aids, lo storico facendosi interprete dei segni dell’operato di una scienza incapace di riconoscere e rispettare il mistero e la sacralità della Vita le vere origini di un’alterazione repentina e pericolosa della patocenosi e dello stesso equilibrio dell’ecosistema microbico, che iniziava a manifestarsi proprio in quegli anni secondo due direttrici fondamentali: la diffusione “epidemica” delle resistenze ai farmaci in quei microrganismi (batteri e parassiti) esposti, nell’ultimo mezzo secolo, ad un bombardamento scriteriato a base di antibiotici e chemioterapici; il misterioso emergere di sempre “nuovi” e micidiali virus, incautamente destati da un sonno profondo di milioni di anni nelle fitte foreste d’Africa e d’Amazzonia e nelle ancor più misteriose profondità dei genomi dei nostri cugini primati e degli altri animali da noi sviscerati e seviziati senza pietà nei laboratori, negli allevamenti e nei mattatoi di tutto il mondo.

È da qui che dobbiamo partire anche noi, di fronte all’incombere della minaccia di una nuova pandemia, se vogliamo comprendere le ragioni di un doloroso rito sacrificale che la Natura periodicamente celebra, per ristabilire gli equilibri che alcuni tra i suoi figli più forti e “competitivi” tendono ad alterare a proprio vantaggio e rammentare all’uomo che nessun essere vivente dovrebbe porsi al di fuori e al di sopra del grande organismo di cui è parte integrante.

È ormai chiaro, di fronte ai segnali molteplici che ci invia il pianeta ferito, che una singola specie vivente non può attribuirsi l’uso di tutte le risorse energetiche e materiali disponibili, non può bruciare impunemente ogni giorno milioni di tonnellate di combustibili fossili, non può scaricare in aria, acqua e terra milioni di tonnellate di sostanze chimiche inquinanti, non può attribuirsi l’utilizzo monopolistico dell’acqua dolce di superficie, fino a provocare l’estinzione di un quarto delle specie aviarie esistenti sulla terra, non può stravolgere in pochi decenni i delicati equilibri climatici, il regime dei venti, la circolazione delle correnti oceaniche, il ciclo stesso delle acque e dei gas che mantiene e regola la vita.

È difficile non concordare con l’analisi di Grmek, non riconoscere che la società industriale da alcuni decenni rischia di interferire in modo devastante non solo con l’equilibrio attuale della biosfera e dell’ecosistema microbico che ne rappresenta la struttura portante, ma con l’intero processo creativo/evolutivo che continuamente modella e trasforma la Natura. I microbi sono sulla terra da 4 miliardi di anni e l’uomo da un milione; mentre tutti gli organismi superiori hanno un ruolo del tutto accessorio, la vita sulla terra non potrebbe sussistere in assenza di microrganismi, che del resto costituiscono il 60/90% (a seconda che si metta nel computo la cellulosa) della cosiddetta materia organica.

In questa luce possiamo capire il significato della grande epidemia. Al pari dell’aumento delle manifestazioni climatiche estreme e di altre catastrofi in-naturali, anche il ritorno delle grandi epidemie non può oggi essere visto semplicisticamente come un ”inevitabile evento naturale periodico”.

 

Tenendone conto possiamo ancora tentare di ridurre l’impatto e di prevenire le possibili repliche di un evento che ha origine nello sconquasso (micro)bio-ecosistemico prodotto dai nostri, irresponsabili metodi di sfruttamento intensivo della terra e degli animali e dall’uso sempre più estensivo di molecole chimiche bio/geno-tossiche e di pratiche bio-mediche invasive ed incuranti dei delicati equilibri propri della (micro)bio-sfera e delle barriere che la Natura ha posto tra le specie viventi.

 

Animali, uomini e virus

Grmek, nella sua analisi, mescola in modo magistrale dati epidemiologici, sociologici, microbiologici, interpretazioni scientifiche e riflessioni metafisiche:

·       per dirci che nella biosfera, anzi in un pianeta-ecosistema vivo, in cui tutto interagisce, in cui la trasformazione improvvisa di una singola molecola di adenina può trasformare un virus in un serial killer pandemico e spazzare via un’intera specie animale, l’uomo dovrebbe ritrovare la coscienza dei propri limiti;

·       per ricordarci che persino una grande vittoria come quella sul vaiolo, potrebbe aver avuto un triste “rovescio della medaglia”: perché anche il più minuscolo degli esseri viventi, anche un singolo batterio o virus, ha un suo posto ed un ruolo preciso nella misteriosa catena degli esseri, un posto conquistato in un percorso coevolutivo di miliardi di anni e fatto di competizione e di lotta, ma anche (e i fondamentalisti dell’evoluzionismo spesso lo dimenticano) di alleanze e sinergie misteriose;

·       per ammonirci che non soltanto la cosiddetta black science, ma persino una prassi medica quasi universalmente considerata un luminoso prodotto della white science potrebbe avere conseguenze funeste e irreversibili, se persino un virus nefasto aveva, nell’ambito della biosfera, una sua funzione equilibratrice se non addirittura selettiva, certo dolorosa per le sue vittime, ma necessaria.

Un’analisi come quella di Grmek è stata ascoltata, contraddetta, confutata?

Non è facile spiegare come mai la comunità scientifica internazionale, non abbia mai tradotto questi avvertimenti in proposte di norme precise; pur avendo riconosciuto, almeno in linea teorica, la validità scientifica delle analisi di autori come Grmek, Mc Michael, Diamond, che illustrano le origini eco-sistemiche delle malattie e pandemie; pur essendo costretta da anni ad ascoltare gli appelli di microbiologi e virologi - inevitabilmente i più consapevoli della pericolosità della situazione - che in congressi internazionali ripetono le drammatiche parole di Joshua Lederberg che già alla fine degli anni ’60 metteva in guardia i ricercatori di tutto il mondo dal continuare ad interferire pesantemente con i microrganismi, con “sperimentazioni che rischiano di portare l’uomo all’auto-sterminio”.

In parallelo con i continui, stupefacenti progressi nel campo della biologia molecolare (che hanno avuto evidenti ricadute positive nel campo della ricerca e nella diagnostica di laboratorio), sono aumentati negli ultimi decenni tanto i rischi direttamente collegati alla manipolazione in vivo ed in vitro di microrganismi, di virus e di componenti della genosfera, quanto gli episodi ed i segnali che documentano il progressivo stravolgimento epidemiologico e (micro)bio-ecosistemico del pianeta. Si sono infatti moltiplicati gli outbreaks planetari da microrganismi multi-drug resistent e sono emerse nicchie eco-sistemiche e genomiche in cui dormivano, da milioni di anni, legioni di nuovi virus.

Proprio tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ‘70, mentre Lederberg lanciava i suoi drammatici appelli, più o meno contemporaneamente in varie aree del pianeta, fecero la loro comparsa alcuni dei più spaventosi agenti-killer del nostro tempo: i virus delle febbri emorragiche di Lassa, Junin, Hanta, Marburg, Ebola. Virus morfologicamente assai diversi e accomunati soltanto dal fatto che il loro programma genetico è inscritto in molecole di RNA (dotate del resto di un assetto genomico estremamente diversificato): caratteristica che li rende instabili e consente loro di trasformarsi continuamente e sfuggire alla sorveglianza dei sistemi immuncompetenti degli organismi superiori. Virus che da milioni di anni sono ospiti di specifiche specie animali (in genere roditori e primati) e solo di recente l’aggressione dell’uomo al loro habitat naturale ha spinto al “salto di specie”. Virus che, pur così diversi ed evoluti in contesti tanto distanti, sembrano produrre malattie abbastanza simili e spesso incredibilmente violente. La loro inaudita virulenza, più che dalla specifica conformazione ed azione del virus, dipendono dalla subitaneità con cui si è prodotto il salto di specie, dal roditore o dal primate all’uomo, e dalla conseguente reazione violenta che i nostri sistemi di prima difesa mettono in atto di fronte ad un agente patogeno totalmente ignoto.

Così avvenne in Sud America nei tardi anni ’60, allorché le multinazionali diffusero nella pampa in monocolture di mais, le quali per crescere in un terreno inadatto richiedevano tonnellate di sostanze chimiche: ciò sconvolse l’ecosistema dei roditori e favorì alcuni criceti, portatori del virus di Jenin, che trasmisero il loro scomodo ospite all’uomo.

Così avvenne in Africa dove analoghi interventi umani misero a soqquadro, negli stessi anni, gli ecosistemi animali e microbici, provocando il passaggio all’uomo dei virus della febbre di Lassa, di Marburg, di Ebola. La stessa cosa è avvenuta, con modalità diverse, anche per l’Hiv, su cui i microbiologi ed epidemiologi, che pure hanno lungamente indagato, non hanno ancora raggiunto una visione comune... forse perché alla sua genesi e diffusione potrebbero avere contribuito alcune prassi sanitarie di primissima importanza nella stratega sanitaria che l’Occidente ha imposto all’intero pianeta: in primis, negli anni ’50 e proprio nelle aree di partenza dell’epidemia di Aids, la sperimentazione del vaccino antipolio, che potrebbe aver favorito il salto di specie, dalla scimmia all’uomo, di alcuni virus ed in particolare del Siv, che potrebbe essere il diretto progenitore di almeno uno dei ceppi virali che hanno scatenato la pandemia…

 

H5N1: oscuro oggetto del panico dei nostri giorni

L’H5N1 di cui parlano i giornali ha già seminato dolore e morte in Asia e attraverso le migrazioni degli uccelli selvatici (da millenni serbatoio naturale dei virus influenzali di tipo A) potrebbe propagarsi in pochi mesi in tutto il pianeta e potrebbe trovare nei flussi e circuiti sempre più vertiginosi ed eterogenei di uomini, animali, microbi e merci, tipici del mondo ai tempi della globalizzazione, il terreno di coltura e diffusione ideale

 

Come si sa H5N1 è un orthomyxovirus mutante: cioè un tipico virus influenzale che sembrerebbe aver già acquisito, almeno in parte, le temute caratteristiche genico/antigeniche necessarie a fare il “salto di specie” dagli uccelli all’uomo, trasformandosi nel primo virus pandemico del III° millennio in un virus altrettanto micidiale del suo progenitore, o se si preferisce fratello maggiore, H1N1 che nel 1918-9 uccise decine di milioni di essere umani, colpendo di preferenza donne ed uomini nel pieno delle forze.

Uno degli argomenti più dibattuti di questi mesi, quello del paragone con la Spagnola, la prima e più terribile pandemia sensu stricto, che colpì il mondo a due riprese tra il 1918 e il 1919, facendo in pochi mesi più vittime delle granate, delle mine, della fame e delle epidemie di tifo e colera della Grande Guerra, che pure avevano già mietuto circa dieci milioni di persone.

Alla fine della seconda e più tremenda ondata pandemica, infatti, il computo dei decessi presunti (di molti paesi abbiamo un’idea alquanto vaga) raggiunse i 30 o 40 milioni di morti, molti dei quali giovani o giovanissimi.

Tra le affermazioni, apparentemente ineccepibili, messe in campo da quanti, temendo qualsiasi tipo di allarmismo, rifiutano il paragone con la Spagnola, spiccano le seguenti:

·       nel 1919 anche le popolazioni del Nord del pianeta erano, rispetto ad oggi, poco nutrite e quindi immunodepresse;

·       a quel tempo non esistevano antibiotici e le complicanze batteriche, che sono la vera causa della morte di migliaia di anziani in corso di influenza, potevano fare strage;

·       il virus dell’influenza fu isolato solo nel 1933, ed anche per questo motivo oggi siamo infinitamente più preparati ad affrontarlo con farmaci e, soprattutto, con vaccini efficaci e sicuri…

Purtroppo nessuna di queste affermazioni, apparentemente sensate, è del tutto veritiera, per la stessa, identica ragione per cui, come abbiamo già detto a proposito dei Filovirus e degli Arenavirus delle febbri emorragiche (Ebola, Marburg, Jenin), ciò che rende micidiale per l’uomo e per gli animali l’incontro con un virus che abbia subito da poco le trasformazioni genetiche ed antigeniche necessarie al salto di specie è proprio la reazione violenta dell’organismo ospite! Cioè l’infezione da virus mutante è grave in proporzione alla capacità di reazione dell’organismo ospite: il che spiega l’alta frequenza, apparentemente paradossale, delle morti giovanili del 1919 e giustifica le odierne apprensioni degli esperti.

Numerosi report scientifici dimostrano come, nei casi gravi di influenza da H5N1 fin qui studiati, la morte sembra conseguire ad una grave reazione immunomediata (la cosiddetta “tempesta dicitochine”) con shock tossico e coagulazione intravascolare disseminata, un meccanismo del tutto simile a quello ipotizzato per spiegare le tante morti giovanili della spagnola!

Anche la tesi di una molto maggior efficacia degli attuali presidi farmacologici e immuno-profilattici non appare molto fondata. Gli antibiotici possono al massimo ridurre il numero e la gravità delle complicanze tardive (che di solito colpiscono gli anziani e comunque i soggetti più fragili); per quanto concerne gli antivirali, la loro efficacia è relativa e limitata alla fase iniziale, pre/pauci-sintomatica; per quanto concerne infine i vaccini, bisognerebbe ricordare che per produrre e somministrare a centinaia di milioni di persone un nuovo vaccino specifico (che ancora non c’è) sarebbero necessari almeno 10-12 mesi: un tempo superiore a quello di diffusione planetaria della pandemia (questo sì di molto inferiore a quello necessario 80 anni fa). Però H5N1 sta ancora mutando e le multinazionali del farmaco non possono iniziare la produzione industriale finché il virus non ha acquisito (magari dopo ricombinazione con un “ceppo umano”) un assetto abbastanza stabile/definitivo. Il fatto stesso che un vaccino specifico per un virus aviario non possa essere prodotto sulle “tradizionali” cellule embrionali di pollo (H5N1 le ucciderebbe immediatamente), ma debba essere “creato” con tecniche sofisticate di genetica inversa, in grado di produrre mutazioni genetiche mirate e ricombinazioni controllate, rischia di allungare ulteriormente i tempi, senza contare che esistono persino allarmi intorno ad un possibile effetto paradosso (da amplificazione della reazione immunologica) indotto, in fase pandemica, dagli anticorpi prodotti da alcuni vaccini…

 

È certo che proprio H5N1 sia il mutante tanto atteso e temuto da anni?

Non è ancora possibile dare al quesito una risposta, bisogna però ammettere che il virus sembra avere tutte le carte in regola per esserlo. Sul piano genetico: visto che sembra aver conseguito fin dall’inizio la fatidica mutazione nella zona calda del gene codificante per la proteina antigenica HA, che permette il clivaggio della proteina e quindi l’attracco e l’ingresso del virus nelle cellule respiratorie umane, si può dire che almeno a partire da quel momento H5N1 rappresenta un mutante pericoloso per l’uomo e lo ha ampiamente dimostrato, uccidendo decine di giovani in vari paesi (le statistiche non sono attendibili e rendono gli indici di letalità, fin qui a dir poco terrificanti, a loro volta poco credibili). Il fatto che il virus non si sia ancora ricombinato con ceppi “umani” (cioè già noti al nostro sistema immunocompetente) rende forse meno certa la sua trasformazione in agente pandemico, ma non determina una minor pericolosità dell’infezione; tanto più che la possibile ricombinazione potrebbe addirittura rendere il virus meno patogeno. Mentre la documentata esistenza dei primi cluster familiari, potrebbe far pensare ad una capacità di trasmissione interumana già acquisita, da parte di alcuni sottotipi.

 

In conclusione bisogna sottolineare il vero nodo da sciogliere: la comparsa contemporanea sulla scena, in varie parti del pianeta, di tanti virus mutanti/ricombinanti e/o migranti da una specie all’altra.

Perché se anche è vero che H5N1 rappresenta il problema del giorno, ciò che dovrebbe destare l’interesse degli esperti e spingere le autorità sanitarie e politiche di tutto il mondo ad affrontare in modo più organico e radicale la situazione, non è l’improvvisa mutazione di un singolo ceppo virale, ma una trasformazione sempre più radicale del quadro epidemiologico e patocenotico globale.

La mai del tutto chiarita “vicenda SARS”, in cui un Coronavirus - un virus respiratorio morfologicamente piuttosto simile ai virus influenzali e geneticamente ed antigenicamente molto diverso dai suoi simili, che avevano in precedenza colpito i mammiferi (più spesso popolazioni aviarie e suine, ma anche uomini) - si è improvvisamente trasformato in un killer… Il quasi contemporaneo emergere in varie parti del pianeta di vari ceppi influenzali mutanti (H5N1, H5N2, H7N1, H7N7, H9N2…) che sembrano aver acquisito caratteristiche genetiche ed antigeniche nuove, in grado di trasformarli in killer delle stesse popolazioni aviarie di cui sono stati ospiti silenziosi per millenni (anche in questo caso non è soltanto il numero degli outbreaks a colpire - ma la loro sempre più rapida successione) e di favorire un loro, del tutto inusuale, salto di specie dagli uccelli all’uomo… L’emergere in pochi decenni di numerosi retrovirus e di altri agenti virali in grado di indurre l’insorgenza di epatiti, encefaliti e febbri emorragiche.

Il verificarsi di tutti questi eventi “epocali” proprio nel momento in cui, secondo la “lezione” di Grmek, possediamo gli strumenti tecnici e concettuali per interpretarli, dovrebbe spingerci a indagare più a fondo intorno a quella che appare, ogni giorno di più, una trasformazione radicale dei rapporti tra organismi superiori e virus: una trasformazione che sarebbe difficile non imputare agli stravolgimenti eco-sistemici indotti dall’uomo.

 

La rivolta dei virus, silenziosi postini della genosfera

Il problema che dobbiamo affrontare non è “soltanto” quello di una pandemia che pure minaccia di portare indietro l’orologio della civiltà di alcuni decenni, ma qualcosa di più generale, che riguarda l’intero assetto di una società e di una cultura basate su un dominio scriteriato della Natura e su uno sfruttamento sempre più brutale di miliardi di altri esseri viventi.

Significa che è sempre più evidente come soltanto la via della prevenzione e della promozione della salute, tracciata ad Alma Ata e mai seguita, potrebbe permettere all’uomo di evitare catastrofi come una pandemia inutilmente prevista e annunciata da anni. Perché non c’è medico, biologo, microbiologo o epidemiologo che non sappia quanto sia difficile cercare di eliminare dalla scena un virus, una volta che un nostro comportamento irresponsabile lo abbia “slatentizzato” e trasformato in un “agente caldo”. Ciò per una regola biologica basilare, che riguarda non solo tutti gli esseri viventi, ma le stesse molecole che contengono e trasmettono i loro programmi genetici (DNA e RNA): una tendenza irrefrenabile a riprodursi e a diffondere liberamente e senza limiti di spazio e di tempo. Per questi motivi sarebbe necessario ed urgente imporre in tutto il mondo regole precise che pongano un freno al grande esperimento prometeico (ma potremmo anche dire luciferino) condotto da un demiurgo irresponsabile, che si è arrogato il diritto di trasformare la Natura in un gigantesco laboratorio e tutti gli esseri viventi in cavie.

Non si può che definire scriteriata ed irresponsabile la decisione di ricercatori e biotecnologi che, pur avendo scoperto con stupore che i virus non sono schegge imperfette di materia, sospese tra il regno minerale e quello della vita, e neppure semplici parassiti o “scarti dell’evoluzione”, ma parte integrante ed attiva di tutti i genomi, misteriose staffette del trasferimento genetico orizzontale, cercano di asservirli e di utilizzarli secondo programmi ed obiettivi di profitto, rischiando di trasformarli in “agenti del caos”.

Infatti è certamente possibile sostenere che il coronavirus mutante della SARS ed i vari ceppi di othomyxovirus influenzali mutanti siano prodotti di eventi genetici ricorrenti nel misterioso mondo dei virus; ma sarebbe sciocco affermare che anche l’improvvisa aggressione alla nostra e ad altre specie viventi, da noi tenute in condizioni di vita profondamente innaturali, da parte di decine di virus patogeni improvvisamente e contemporaneamente “vocati al salto di specie” rappresenti un evento del tutto naturale.

È legittimo sperare che H5N1 non si trasformi in un serial killer e che la prima pandemia del terzo millennio arrivi il più tardi possibile ed in forma attenuata; ma sarebbe auspicabile che la paura che lo spettro della pandemia ha suscitato serva almeno a riconoscere il vero grande problema che biologi, microbiologi, biotecnologi dovranno al più presto affrontare: quello della rivolta dei virus, silenziosi postini della genosfera.

 

Ernesto Burgio

L’Ecologist n° 4, aprile 2006